I sistemi antieffrazione più sicuri

Certamente, la paura che i ladri possano entrare in casa e sottrarre beni preziosi e gli oggetti cui siamo affezionati è una delle paure ricorrenti che abbiamo tutti noi. Questa paura si acuisce nel momento in cui andiamo in vacanza e dunque non siamo fisicamente presenti in casa per qualche giorno o qualche settimana. Non di rado inoltre, i quotidiani riportano notizie di effrazioni avvenute anche ai piani alti, i cosiddetti ladri acrobati che riescono ad arrampicarsi sulla facciata esterna dell’edificio e accedere dalle finestre.

Le inferriate di sicurezza

Dunque oggi nessuno può dirsi veramente al sicuro dai ladri, soprattutto se al momento non si è ancora adottato un sistema di sicurezza che consenta di rendere molto più complicato l’accesso in casa, sia per quel che riguarda le finestre che la porta di ingresso.

A tal proposito le inferriate di sicurezza rappresentano una barriera assolutamente solida e difficile da superare, la quale costituisce un ottimo deterrente in quanto qualsiasi malintenzionato è automaticamente indotto a rivolgere le sue attenzioni ad un altro appartamento non fornito di tale soluzione, che certamente richiederà meno tempo dal punto di vista dei tentativi di apertura.

Una soluzione che garantisce serenità

Ecco il motivo per il quale oggi sempre più persone vedono con interesse la possibilità di fare installare delle inferriate di sicurezza che siano in grado di garantire protezione totale al proprio appartamento, ma soprattutto fornire maggiore serenità a tutti i componenti della famiglia i quali sanno così di vivere in un luogo inaccessibile per i malintenzionati, in cui anche gli oggetti più preziosi ed i beni che hanno un grande valore affettivo sono al sicuro.

Ricordiamo infatti che ad oggi, le inferriate di sicurezza rappresentano il sistema di protezione più sicuro ed inattaccabile, dunque quello in grado di garantire maggiore serenità e la certezza che i propri beni e le persone care possano ritenersi veramente al sicuro da qualsiasi tipo di malintenzionato e da qualsiasi tentativo di effrazione.

Condividere online i dati personali preoccupa la popolazione mondiale

Condividere online i dati personali preoccupa la popolazione mondiale

Il 45% della popolazione mondiale è preoccupata per la condivisione digitale delle proprie informazioni personali, e un terzo ammette di non sapere che uso ne viene fatto una volta che vengono condivise. Le opinioni dei cittadini italiani sono in linea con la media mondiale, con il 43% che dichiara di essere preoccupato, e il 32% che ammette di non conoscere l’uso che ne viene fatto. Si tratta delle principali evidenze emerse dall’Annual WIN World Survey di WIN International, l’associazione per le ricerche di mercato a livello mondiale di cui fa parte BVA Doxa. Il WIN World Survey ha indagato le opinioni e le convinzioni di 26.433 cittadini provenienti da 34 Paesi in tutto il mondo sul tema della privacy delle informazioni digitali.

Il 45% dei cittadini teme per la propria privacy 

I più preoccupati sono i cittadini delle Americhe: più della metà delle persone nel continente americano (54%) si sente preoccupata, con Brasile (72%) e Cile (61%) i Paesi più preoccupati per la condivisione digitale delle proprie informazioni. La quota dei “preoccupati” rimane significativa però anche in altre aree del mondo: nella regione Asia e Pacifico lo è il 45%, e in Europa il 43%. Per quanto riguarda l’Italia i dati sono in linea con i risultati europei, con il 43% che si dichiara preoccupato, mentre il 10% afferma di non esserlo.

Italia: per il 21% condividere le proprie informazioni personali online è una necessità

Se per il 22% della popolazione mondiale condividere i dati oggi è una necessità per il 30% non è necessario. La quota degli europei che ritiene necessario condividere i dati personali si attesta al 19%, mentre in Italia al 21%, al contrario della Francia (8%), che insieme a Corea del Sud (10%) e Perù (9%), è tra i Paesi in cui le persone si trovano meno d’accordo con l’affermazione. Quasi un terzo della popolazione intervistata poi non è d’accordo con le pratiche in materia di privacy adottate dalla maggior parte dei raccoglitori di dati, e le persone di età pari o superiore a 55 anni sono quelle che esprimono maggiormente il loro disaccordo. In Europa, il 25% non è d’accordo con le pratiche in materia di privacy, una percentuale che si abbassa al 15% in Italia.

Il 32% degli italiani è consapevole dell’uso che viene fatto dei propri dati

Ma quanto sono consapevoli le persone di ciò che succede una volta che i dati sono condivisi? Quasi un terzo della popolazione (27%) ammette di sapere cosa succede con i propri dati, ma un altro 27% non sa come verranno utilizzati o dove. Tra le regioni geografiche, il 30% delle persone in Asia Pacifico ha affermato di sapere cosa succede con i propri dati personali dopo che sono stati condivisi, fanno eccezione il Giappone e la Corea del Sud, dove rispettivamente solo il 12% e il 4% dicono di averne consapevolezza. Facendo riferimento al nostro Paese, il 32% sostiene di conoscere l’uso che viene fatto dei propri dati: una percentuale più alta della media europea, che si attesta al 23%.

Gli italiani sognano le vacanze all’aria aperta

Gli italiani sognano le vacanze all’aria aperta

Dopo mesi di restrizioni e lunghe giornate trascorse tra le mura domestiche gli italiani hanno voglia di partire, e stanno già pensando alle vacanze estive. Con la divulgazione delle informazioni relative alle normative estive si è verificato un vero e proprio boom nelle ricerche online dedicate alle vacanze, in particolare, per quelle all’aria aperta, dove non solo è più facile mantenere il distanziamento sociale, ma anche rilassarsi a contatto con la natura. Ad affermarlo è Campeggi.com, il portale per campeggi e villaggi vacanze, nel suo Camping Report (CaRe). Nella terza settimana di aprile il portale ha infatti registrato un aumento delle ricerche pari al 54% in più rispetto all’inizio del mese, con una crescita del +656% se paragonato allo stesso periodo del 2020.

La Puglia è la destinazione più ricercata

A guidare la classifica delle destinazioni più ricercate c’è la Puglia, al primo posto con il 12,55% delle ricerche, affiancata sul podio da Toscana (9,03%) e Sardegna (5,09%). Seguono Liguria, Campania, Sicilia, Lazio, Abruzzo, Emilia-Romagna e Calabria, che formano così una Top 10 nella quale da Nord a Sud viene rappresentato l’intero Stivale.

“Gli italiani – spiega il Camping Report di Campeggi.com – hanno bisogno di rilassarsi e di ricaricare le batterie: dalle ricerche del motore interno della piattaforma emerge un grande interesse per le strutture con piscina e centro benessere, due servizi che salgono sul podio dei più desiderati insieme all’animazione per i più piccoli”.

Boom per le strutture che accettano animali

La voglia di vacanza all’aria aperta si fa sentire a ogni età. Il 23% degli utenti, infatti, si trova tra i 25 e i 34 anni, affiancato dal 22% della fascia 35-44 e dal 19% di quella 45-54. Leggero distacco per le fasce 18-24 (14%), 55-64 (13%) e over 65 (9%), di poco inferiori, ma rappresentate da percentuali ugualmente significative, riporta Adnkronos. A guidare ogni decisione però risalta l’attenzione per gli amici a quattro zampe, con un boom di ricerche legate proprio ai camping e ai villaggi vacanze che accettano gli animali, o offrono servizi specifici a loro dedicati, e che diventa quindi il primo criterio di ricerca degli utenti.

Le prenotazioni avvengono online, soprattutto da Milano e Roma

La maggior parte delle ricerche e delle prenotazioni, poi, avvengono attraverso dispositivi mobili (66%), e dalle principali città italiane come Milano (18%) e Roma (11%). L’interesse per i camping dello Stivale non è però solo nazionale: il 10% degli utenti è infatti registrato in Germania.

“Se fino a qualche anno fa la vacanza in campeggio e all’aria aperta veniva scelta soprattutto dagli appassionati del genere, negli ultimi mesi è diventata un desiderio di molti italiani, che ora vogliono riscoprire il contatto con la natura – spiega Cristian Capizzi, ceo di KoobCamp -. I dati dello scorso anno sono stati influenzati dall’incertezza del lockdown, ma la tendenza 2021 dimostra il forte desiderio degli italiani di andare in vacanza, e soprattutto, di farlo in totale sicurezza”.

Smartworking in Ue, è davvero rivoluzione? In Italia è passato al 12,2%, in Finlandia al 25%

Smartworking in Ue, è davvero rivoluzione? In Italia è passato al 12,2%, in Finlandia al 25%

Il 2020 e almeno gran parte del 2021 verranno ricordati come gli anni dell’avvento massiccio dello smartworking, indotto dall’emergenza sanitaria e dalla necessità di mantenere il distanziamento sociale. Ma è davvero così? Ovvero, come sono cambiate negli ultimi mesi le percentuali di chi lavora da casa rispetto a chi si reca in ufficio o in azienda? Per avere la misura di quanto sia effettivamente aumentata la quota di chi opera da remoto, l’Eurostat – l’Istituto di Statistica Europeo – ha condotto un’analisi che ha coinvolto tutti i Paesi dell’Ue.

Più del doppio in smartworking in un anno

Nel 2020, il 12,3% degli occupati di età compresa tra 15 e 64 anni nell’Ue ha lavorato da casa, sebbene questa quota fosse rimasta costante intorno al 5% negli ultimi dieci anni. È la principale evidenza emersa dai dati dell’Eurostat. Se questa è la media europea, come sono andate le cose nel nostro Paese? In Italia, la percentuale di chi ha operato da remoto è salita al 12,2%. Negli anni precedenti, la quota di lavoratori autonomi che lavorava abitualmente da casa era stata costantemente superiore a quella di dipendenti. Tuttavia, il divario si è ridotto nel 2020 poiché la quota dei dipendenti in smart working è aumentata dal 3,2% nel 2019 al 10,8%, mentre la quota dei lavoratori autonomi è aumentata in misura minore: dal 19,4% nel 2019 al 22% nel 2020.

Differenze fra uomini e donne

Ci sono poi delle differenze sostanziali a seconda del genere e dell’età dei lavoratori. Si scopre così che nel 2020, una quota maggiore di donne (13,2%) ha riferito di lavorare abitualmente da casa rispetto agli uomini (11,5%). Rispetto ad altre fasce di età, nel 2020 i giovani avevano meno probabilità di lavorare da casa: solo il 6,3% di quelli di età compresa tra 15 e 24 anni, rispetto al 13% di quelli di età compresa tra 25-49 e il 12,4% di quelli di età compresa tra 50 e 64 anni.

E’ la Finlandia il Paese in cui si lavora di più da casa

Un altro dato interessante è quello che stila la classifica dei Paesi in cui lo smartworking è maggiormente praticato. In testa alla lista si piazza la Finlandia, che con il 25,1% dei lavoratori da remoto guida l’elenco degli Stati membri dell’Ue per l’home working. A seguire si collocano Lussemburgo (23,1%) e Irlanda (21,5%). Dall’altra parte della classifica, le nazioni con la percentuale minore di penetrazione dello smartworking sono la Bulgaria (1,2%), Romania (2,5%), Croazia (3,1%) e Ungheria (3,6%). 

Per iniziare: blog o non blog?

Per iniziare: blog o non blog?

Ci pareva carino inaugurare il nostro nuovo blog (più un contenitore di notizie, in realtà, intervallata da veri e propri consigli per gli acquisti) con qualche consiglio per chi si sta chiedendo se vale la pena pubblicare un blog personale e/o aziendale.

Per quanto concerne il mondo personal, mi esimo da pareri perchè rientra in una sfera più emozionale: chiaro che pubblicare i propri racconti di viaggio, le proprie ricette o i propri consigli relativi alle più svariate tematiche può dare appagamento (soprattutto quando tali contenuti creano interazione), ma vorrei darvi qualche consiglio invece sui blog aziendali.

Il blog rientra in quel mondo che definiamo “inbound marketing”: fornire contenuti di qualità, e utili all’utente finale, per portarlo a fidarsi di te e visitare il tuo sito. Chiaro che perchè ciò si realizzi sono indispensabili 3 cose:

  • i contenuti trattati non devono essere mega inflazionati (si corre altrimenti il rischio di “affogare” nel mare delle informazioni già presente sul web, e magari indicizzate da anni)
  • le competenze relative alle tematiche trattate devono essere superiori alla media, evita di scrivere su qualcosa che non conosci molto bene
  • i commenti dovrebbero essere aperti: se hai paura di opinioni diverse dalla tua o di un vero confronto, forse il blog non è la soluzione migliore

Se riuscirai a variare gli argomenti trattati, a farlo utilizzando un linguaggio specifico del settore ma comprensibile a tutti, e riuscirai ad essere chiaro nelle tue esposizioni, potrai cercare di concretizzare la lettura dei tuoi articoli inserendo dei link che rimandano ad un servizio, o prodotto, riconducibile a ciò di cui stai scrivendo, e per il quale stai probabilmente fornendo consigli o un parere autorevole. Ma inizialmente limitati ad un link al sito in fondo all’articolo, sarai più credibile e acquisirai maggiormente il favore di coloro i quali identificano un link diretto (e magari “parlante”) come la solita marchetta pubblicitaria…

Trova il dominio giusto, armati di pazienza, scrivi con una programmazione e con frequenza costante… vedrai che i risultati arriveranno!