Quali tipi di impianti fotovoltaici esistono?

L’energia solare è una fonte di energia rinnovabile e pulita che anche in Italia stiamo sfruttando sempre più. Gli impianti fotovoltaici sono proprio la tecnologia che permette di convertire l’energia solare in energia elettrica.

Esistono principalmente tre tipi di impianti fotovoltaici, ciascuno con le proprie caratteristiche e vantaggi, e di seguito andremo a capire quali sono e come funzionano.

Impianti fotovoltaici connessi alla rete (grid-connected)

Gli impianti fotovoltaici connessi alla rete sono i più comuni. Sono collegati alla rete elettrica nazionale e forniscono energia elettrica sia all’abitazione che alla rete.

L’energia prodotta dall’impianto viene consumata in loco, e l’eventuale eccedenza viene immessa in rete. In questo modo, l’utente può compensare i consumi di energia elettrica e risparmiare sui costi della bolletta.

Impianti fotovoltaici stand-alone

Gli impianti fotovoltaici stand-alone sono progettati per funzionare in assenza di rete elettrica, dunque in questo caso c’è il distacco dal servizio nazionale. Sono utilizzati in luoghi isolati, come case in campagna o in montagna, in luoghi in cui la rete elettrica è inaffidabile o laddove si voglia comunque passare interamente al fotovoltaico..

Questi impianti sono ovviamente dotati di un sistema di accumulo dell’energia (delle potenti batterie), che permette di immagazzinare l’energia prodotta durante il giorno e utilizzarla di notte o nei giorni di scarsa luce.

Impianti fotovoltaici con accumulo

Gli impianti fotovoltaici con accumulo sono una combinazione di impianti fotovoltaici stand-alone e impianti fotovoltaici connessi alla rete. Sono dotati di un sistema di accumulo dell’energia, che permette di immagazzinare l’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico e utilizzarla in loco o immettere in rete l’eccedenza.

Questi impianti sono una soluzione ideale per gli utenti che vogliono ridurre la propria dipendenza dalla rete elettrica, aumentare la propria autonomia energetica e al tempo stesso ricavare degli utili.

Quanto si può risparmiare con un impianto fotovoltaico?

Il risparmio energetico annuo che si può ottenere con un impianto fotovoltaico dipende da diversi fattori, tra cui:

  • La dimensione dell’impianto: un impianto più grande produrrà più energia e consentirà un risparmio maggiore.
  • Il consumo energetico dell’abitazione: un’abitazione con un consumo energetico elevato otterrà un risparmio maggiore.
  • La posizione dell’impianto: un impianto installato in una zona con molta insolazione produrrà più energia.

In generale, una famiglia di 4 persone con un consumo energetico medio può risparmiare circa il 50% dei costi della bolletta elettrica con un impianto fotovoltaico di circa 3 kW.

Ad esempio, una famiglia di 4 persone con un consumo energetico medio di 3.000 kWh all’anno può risparmiare circa 1.500 euro all’anno con un impianto da 3 kW.

Il risparmio energetico può essere ancora maggiore se si installa un impianto fotovoltaico con accumulo.

Materiali utilizzati negli impianti fotovoltaici

Le celle fotovoltaiche sono realizzate principalmente in silicio, un materiale semiconduttore. Il silicio è il materiale più utilizzato per la produzione di tali celle perché è relativamente economico, abbondante e ha un’elevata efficienza energetica.

Esistono tre tipi principali di celle fotovoltaiche in silicio:

  • Monocristalline: le celle monocristalline sono costituite da un unico cristallo di silicio. Hanno un’efficienza energetica maggiore rispetto alle altre due tipologie e sono più costose.
  • Policristalline: le celle policristalline sono costituite da diversi cristalli di silicio. Hanno un’efficienza energetica inferiore rispetto alle celle monocristalline e di conseguenza costano meno.
  • Amorfe: le celle amorfiche sono costituite da una pellicola sottile di silicio. Hanno un’efficienza energetica inferiore rispetto alle altre due tipologie, ma lavorano bene anche in luoghi con poca luce solare.

Oltre al silicio, gli impianti fotovoltaici possono essere realizzati anche con altri materiali, come il tellurio di cadmio, il rame indio gallio selenio (CIGS) e il silicio organico.

Durata di un impianto fotovoltaico

L’installazione di un impianto fotovoltaico richiede in genere 1-2 giorni. I tempi possono variare a seconda della dimensione dell’impianto e della complessità dell’installazione.

Un impianto fotovoltaico ha una durata media di 25-30 anni. Tuttavia, con una adeguata manutenzione e la pulizia regolare, può durare anche di più.

Conclusione

I tipi di impianti fotovoltaici esistenti sono dunque tre, ed ogni tipo di impianto ha le proprie caratteristiche. La scelta del tipo di impianto più adatto dipende dalle esigenze specifiche dell’utente e dalle condizioni del luogo.

Certamente i vantaggi in termini di riduzione dei costi per l’approvvigionamento energetico rappresentano un motivo più che valido per passare al fotovoltaico, così come la riduzione delle emissioni di gas serra.

Se stai pensando di installare un impianto fotovoltaico a Torino, è importante rivolgersi a un installatore qualificato che possa consigliarti il tipo di impianto più adatto alle tue esigenze tenendo conto dell’esposizione solare nell’area in cui vivi.

I cittadini del mondo conoscono l’inglese? 

I cittadini del mondo conoscono l’inglese? 

In questi giorni EF Education First (EF) ha reso pubblica l’edizione 2023 dell’Indice di Conoscenza dell’Inglese (EF EPI), il rapporto internazionale più ampio sulle competenze linguistiche di 2,2 milioni di persone non madrelingua, distribuite in 113 Paesi e regioni di tutto il mondo. I risultati rivelano un preoccupante declino negli ultimi cinque anni tra i giovani e un crescente divario di genere.

Secondo l’autrice dell’EF EPI, Kate Bell, l’indice di quest’anno mostra una falsa sensazione di stabilità globale, poiché la padronanza generale dell’inglese rimane apparentemente invariata. Tuttavia, analizzando i dati nel dettaglio, emergono progressi in alcuni Paesi compensati da declini in altri. Bell sottolinea l’importanza dell’inglese come linguaggio ponte, fondamentale per condividere prospettive e stimolare la comprensione oltre i confini nazionali.

Un parametro condiviso a livello globale

L’EF EPI si basa sull’analisi dei dati degli adulti che hanno sostenuto l’EF Standard English Test (EF SET), un test gratuito utilizzato globalmente da milioni di persone, scuole, aziende e governi. In Italia, il Ministero dell’Istruzione ha scelto questo test per una rilevazione nelle scuole superiori nell’anno scolastico 2023-2024.

I giovani “studiano” meno rispetto a qualche anno fa

Tra i risultati salienti del rapporto EF EPI 2023, il dato più preoccupante è che a conoscenza dell’inglese tra i giovani continua a diminuire. Rispetto al 2015, infatti, questa skill è scesa del 9%, in particolare in nazioni come l’India e l’Indonesia. La pandemia ha accelerato questo declino anche in Paesi come l’Italia. Tuttavia, un segnale positivo c’è: nel mondo del lavoro, in controtendenza con il dato precedente, le persone studiano di più le lingue straniere. La conoscenza dell’inglese è aumentata di 20 punti tra gli adulti sopra i 30 anni nel periodo 2020-2021.

Si amplia il divario di genere

Un ulteriore dato negativo è rappresentato dal fatto che si sta ampliando il divario di genere. Migliora infatti il livello di inglese tra gli uomini (+14 punti), ma diminuisce tra le donne (-19 punti dal 2014). Tuttavia, il divario non è uniforme, con 63 Paesi che raggiungono o si avvicinano alla parità di genere.

l’Italia è al 35° posto nella classifica mondiale

L’Italia si posiziona al 35° posto nella classifica mondiale, parimerito con Spagna e Moldova, superata da Paesi come Georgia, Bielorussia e Ghana. Una curiosità: il Friuli-Venezia Giulia si attesta come la regione italiana con la migliore conoscenza dell’inglese, mentre Padova risulta essere la città con le competenze linguistiche più elevate.

Manovra economica: molti italiani non ne sanno nulla

Manovra economica: molti italiani non ne sanno nulla

Gli italiani sono informati a proposito della manovra finanziaria che il Governo sta mettendo a punto? 
A quanto emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, alla domanda il 73,9% degli intervistati ha risposto in maniera affermativa, con percentuali che salgono fino all’81,4% se si isola il solo campione maschile.
In pratica, 7 intervistati su 10 hanno dichiarato di essere informati sui provvedimenti allo studio dell’esecutivo. Ma a un’analisi più approfondita risulta che più di uno su due ne ha in realtà una conoscenza superficiale. E, addirittura, più di 11 milioni di italiani non ne sanno praticamente nulla.

Uomini e over 45 sono i più informati

Leggendo i numeri si riscontra una maggiore conoscenza della manovra, almeno nelle convinzioni degli intervistati, fra gli italiani con età compresa fra 55 e 74 anni (79,3%), in particolare, quelli con un’età compresa tra 45 e 54 anni (80,7%).
Se invece si suddivide il campione per area geografica, è il Nord (76%) l’area del Paese che dichiara la maggiore conoscenza della manovra.
Osservando l’altra ‘metà del cielo’, le donne che si dichiarano non a conoscenza del provvedimento attualmente al vaglio del governo sono pari al 33,3% (la media nazionale è pari al 26,1%), mentre i giovani con età inferiore ai 34 anni, il 35,7%.
Analizzando le conoscenze dichiarate a livello territoriale, invece, i meno informati sono i residenti al Sud e nelle Isole (28,1%).

Quanto sono effettivamente informati?

Se è vero che tanti italiani si dichiarano informati rispetto alla manovra, analizzando i dati più nel dettaglio emerge che per più di un intervistato su due (54,2%) la conoscenza è in realtà superficiale.
Il 35,8% conosce solo gli aspetti che lo riguardano più da vicino, mentre il 18,4% dichiara di sapere solo che il Governo sta lavorando al provvedimento, ma di non essere al corrente dei dettagli del documento.
Questa percentuale sale al 22,8% fra chi ancora non ha compiuto 35 anni, e al 23,2% nel solo campione femminile.

Tv e web i media più usati per tenersi aggiornati

Ma come si informano gli italiani su questo tema? Alla domanda, il 70,8% dichiara di farlo tramite le trasmissioni televisive (78,5% nella fascia anagrafica 55-74 anni e addirittura 79,4% fra i residenti al Sud e nelle Isole), il 66,5% lo fa tramite il web (75,3% fra i 18-34enni e 77,4% fra i residenti al Nord Ovest), mentre la stampa cartacea è indicata dal 25,9%.
Sono oltre 7,2 milioni gli italiani che utilizzano i social network, canale utilizzato in particolare dalla fascia di età compresa fra 18 e 34 anni (35,8% contro il 23% rilevato a livello nazionale).
Quasi 1 intervistato su 5 (19,4%) si informa attraverso la radio (ma si sale al 22,6% fra gli uomini) mentre il 18,4% lo fa parlando con amici o parenti.

Spesa: consumi in ripresa, ma è “merito” dell’inflazione

Spesa: consumi in ripresa, ma è “merito” dell’inflazione

Considerando la forte accelerazione dell’inflazione registrata nel 2022 secondo l’Istat la spesa per i consumi delle famiglie italiane in termini reali sostanzialmente rimane inalterata. Questo, nonostante sia aumentata in termini di valore. L’incremento non corrisponde quindi a un maggiore livello di spesa per consumi anche in termini reali

E poiché la distribuzione dei consumi è asimmetrica, ed è più concentrata nei livelli medio-bassi della popolazione, la maggioranza delle famiglie spende un importo inferiore al valore medio.
In dettaglio, nel 2022 la spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è stimata dall’Istat in valori correnti a 2.625 euro, in aumento del +8,7% rispetto ai 2.415 euro del 2021. La variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) nel 2022 era infatti pari a +8,7%.

Le strategie di risparmio delle famiglie

Se si osserva il valore mediano, ovvero il livello di spesa per consumi che divide il numero di famiglie in due parti uguali, il 50% delle famiglie residenti in Italia ha speso nel 2022 una cifra non superiore a 2.197 euro (2.023 euro nel 2021).

Le famiglie hanno posto in essere strategie di risparmio per far fronte al forte aumento dei prezzi che ha caratterizzato il 2022, in parte grazie a quanto accumulato negli anni di crisi dovuta al Covid.
Nel 2020 e nel 2021, infatti, il tasso di risparmio lordo delle famiglie consumatrici è stato, rispettivamente, del 15,6% e del 13,2%, prima di ridiscendere ai livelli pre-Covid attestandosi attorno all’8%.

Commercio al dettaglio: più valore meno volume

In molti casi si è trattato anche di modificare le proprie scelte di acquisto, in particolare nel comparto alimentare. Il 29,5% delle famiglie intervistate nel 2022 dichiara, infatti, di aver provato a limitare, rispetto a un anno prima, la quantità e/o la qualità del cibo acquistato.

Un comportamento che trova conferma anche nei dati Istat sul commercio al dettaglio, che registrano in media, nel 2022, per la vendita di beni alimentari, un aumento tendenziale in valore (+4,6%), soprattutto nei discount, e una diminuzione in volume (-4,3%).

Impennata dei prezzi per i beni alimentari

Più in dettaglio, nel 2022, a fronte del marcato incremento dei prezzi di beni alimentari e bevande analcoliche (+9,3% la variazione su base annua dell’IPCA), le spese delle famiglie per l’acquisto di questi prodotti sono cresciute del 3,3% rispetto all’anno precedente, pari a 482 euro mensili, il 18,4% della spesa totale.

Il 21,5% della spesa alimentare è destinato alla carne, il 15,7% a cereali e a prodotti a base di cereali, il 12,7% a ortaggi, tuberi e legumi, il 12,0% a latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova, l’8,5% alla frutta e il 7,9% a pesce e frutti di mare.

Rc auto, aumento a due cifre: come risparmiare?

Rc auto, aumento a due cifre: come risparmiare?

Da settembre 2022 a settembre 2023 il premio medio dell’Rc auto pagato dagli italiani è cresciuto del 27,9%, arrivando a 614,39 euro. Oltre 130 euro in più rispetto a 12 mesi fa.
Emerge dall’analisi dell’Osservatorio di Facile.it su un campione di oltre 11 milioni di preventivi, e relative quotazioni, tra settembre 2022 e 2023.

Insomma, in appena un anno i premi medi delle Rc sono aumentati a doppia cifra, e hanno interessato tutta la penisola. In particolare, la classifica delle regioni che hanno registrato gli incrementi maggiori è guidata dall’Umbria, dove le tariffe sono salite mediamente del 37,9% rispetto all’anno precedente.
Sul podio delle regioni dove l’Rc auto ha subito i rincari maggiori, anche Lazio, che ha segnato un aumento dei premi medi pari al 36%, e Sardegna (+34,4%). 

In Campania l’assicurazione costa il 73% di più

In valori assoluti non stupisce notare come la Campania indossi ancora una volta la maglia nera, dal momento che a settembre 2023 per assicurare un’auto nella regione occorrevano, in media, 1.062,49 euro, il 73% in più rispetto alla media nazionale.
Seppur a distanza, sul podio delle aree più costose seguono Calabria, con un premio medio di 673,07 euro, e Puglia (665,36 euro).

Sul versante opposto si posiziona il Friuli-Venezia Giulia, che anche quest’anno guadagna il primato di regione meno cara sul fronte Rc auto. Il mese scorso occorrevano infatti mediamente 415,92 euro per assicurare il proprio veicolo a quattro ruote.
Seguono Trentino-Alto Adige (443,88 euro), e Lombardia (474,38 euro).

Conviene optare per una compagnia meno cara

Secondo quanto registra invece l’Osservatorio assicurativo di Segugio.it il premio medio Rc auto a settembre 2023 ha raggiunto i 441,2 euro, e rispetto allo stesso mese del 2021 è in aumento su tutto il territorio.

Gli assicurati possono però controbilanciare l’incremento dei costi cambiando compagnia in seguito alla comparazione. Segugio.it ha svolto un’analisi per valutare la riduzione media di prezzo qualora un cliente passi alla compagnia più conveniente partendo da quella attuale, nell’ipotesi prudenziale che quest’ultima sia la seconda in ordine di prezzo.
In questo modo i clienti potrebbero risparmiare in media il 29,2%, con picchi in Molise (40,5%), Calabria (39,3%) e Basilicata (38,3%).

Quali coperture aggiuntive scegliere?

Questo dimostra come la dispersione di prezzo, legata alla forte concorrenza fra compagnie, sia molto ampia e consenta significative opportunità di risparmio per i consumatori.
In ogni caso, tra le garanzie accessorie sottoscritte dagli guidatori italiani emerge come tra coloro che ne hanno inserita una in fase di preventivo, la più scelta sia stata ancora una volta l’assistenza stradale, selezionata dal 43,6% degli automobilisti.

Tra le coperture aggiuntive più richieste, seguono, seppure a grande distanza, la garanzia infortuni conducente (19,2%), la tutela legale (14,8%) e la copertura furto e incendio (10,6%).

Molti italiani hanno bici o monopattino: perchè li usano poco?

Molti italiani hanno bici o monopattino: perchè li usano poco?

Sono tanti gli italiani che possiedono una bicicletta o un monopattino, ma sono pochi quelli che li utilizzano spesso.  In particolare, il 57% ha una bicicletta tradizionale, l’8% una e-bike, il 7% un monopattino elettrico o simili. In pratica, quasi 7 italiani su 10. Ma coloro che li utilizzano almeno tre o quattro giorni alla settimana sono molti meno: il 19% per quanto riguarda le biciclette e il 7% i monopattini. Inoltre, se i possessori di almeno una bici sono il 61%, chi dichiara di utilizzarla è il 74% di loro. La maggior parte usa la propria (57%) e uno su tre (31%) la noleggia. Gli altri alternano mezzo proprio e mezzo noleggiato. È quanto emerge dal focus sulla mobilità sostenibile dell’Osservatorio Findomestic.

Il problema della sicurezza

Diametralmente opposto è il rapporto proprietà-noleggio quando si tratta del monopattino. Il 25% usa questo mezzo, ma solo il 14% di questi utilizza il proprio. La stragrande maggioranza (78%) lo noleggia.
“Tutti o quasi sono d’accordo che la bicicletta e il monopattino siano ecologici e pratici ­ commenta Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic -. I due mezzi, però, non sono sempre visti di buon occhio sia per la sicurezza dei pedoni (49%) sia per quella degli stessi utilizzatori (42%). L’80% del campione intervistato, inoltre, punta il dito contro bici e monopattini ritenendoli fonte di disordine urbano. Più nel dettaglio, il 39% addossa tutte le colpe ai monopattini mentre solo il 3% esclusivamente alle bici. Il 38% non fa, invece, distinzione e ritiene che entrambi i mezzi creino caos in città”.

e-bike ancora poco apprezzate 

Il sondaggio si è concentrato anche sulle bici elettriche, che in Italia a oggi risultano poco utilizzate.
Nove ciclisti su 10 (87%) si muovono infatti solo con il modello tradizionale, e di questi solamente il 28% ha provato una e-bike. Chi ha provato un modello elettrico ne dà quasi sempre (85%) un giudizio positivo, ma non lo compra perché troppo costoso (51%), preferisce la bici tradizionale (21%) o altri mezzi di trasporto (17%), ritiene di poter noleggiare una e-bike al bisogno (13%), o perché teme il furto (13%).

Dove acquistare un’elettrica?

Non a caso il 55% del campione ritiene che qualora dovesse valutare l’acquisto di una bici elettrica sarebbe interessato a un’assicurazione sul furto. Tra chi oggi non possiede una e-bike il 54% sarebbe disposto ad acquistarla usata, e al 26% non dispiacerebbe una proposta di credito. Il 76% si rivolgerebbe a un rivenditore specializzato, mentre il 17% la acquisterebbe anche presso la grande distribuzione organizzata. Solo il 9% si affiderebbe a un marketplace.

Resto al Sud, come accedere ai finanziamenti per l’imprenditoria nel Mezzogiorno?

Resto al Sud, come accedere ai finanziamenti per l’imprenditoria nel Mezzogiorno?

Anche per il 2023 esiste Resto al Sud, un’operazione gestita da Invitalia che rappresenta un’opportunità di grande rilevanza per sostenere la creazione e lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali e professioni autonome in diverse regioni d’Italia. Promuove nello specifico la crescita economica e l’innovazione nelle regioni meridionali del Paese.
Resto al Sud 2023 mira principalmente a incentivare l’apertura di nuove imprese nelle seguenti regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, nonché nelle zone colpite dal cratere sismico del Centro Italia, che include Lazio, Marche, Umbria, e nelle isole minori marine, lagunari e lacustri del Centro-Nord.

Destinato ai maggiorenni fino a 55 anni

Questo programma è destinato ai cittadini con età compresa tra i 18 e i 55 anni e dispone di un budget totale per il 2023/2024 di 1 miliardo e 250 milioni di euro. Le attività che possono beneficiare del finanziamento attraverso “Resto al Sud” comprendono vari settori, tra cui industria e artigianato, trasformazione dei prodotti agricoli, pesca, acquacoltura, servizi per aziende e privati, turismo, commercio e professioni autonome, sia individualmente che in forma societaria. È importante notare che le attività agricole non rientrano tra le categorie finanziabili attraverso questo programma.

Gli importi finanziabili

Il finanziamento fornito da Resto al Sud 2023 può coprire completamente i costi associati al progetto presentato, con un limite massimo di 50.000 euro per ciascun richiedente. Tuttavia, questo importo può salire fino a un massimo di 200.000 euro nel caso di società composte da un massimo di quattro membri. Per le imprese gestite individualmente, il massimo finanziamento erogabile è fissato a 60.000 euro. Inoltre, è previsto un contributo aggiuntivo non rimborsabile per le esigenze di capitale circolante, che varia in base alla struttura dell’impresa. Le spese ammissibili per il finanziamento includono lavori di ristrutturazione o manutenzione straordinaria di immobili (non oltre il 30% del budget totale del progetto), acquisto di nuovi macchinari, impianti e attrezzature, acquisto di software e servizi legati alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché spese operative (limite massimo del 20% del budget totale del progetto). Va notato che le spese relative a progettazione e promozione, consulenze e costi del personale dipendente non sono considerate ammissibili per il finanziamento.

La quota di contributo a fondo perduto

Le agevolazioni fornite da Resto al Sud coprono integralmente le spese ammissibili attraverso un contributo a fondo perduto che copre il 50% delle spese e un finanziamento bancario che copre il restante 50%, garantito dal Fondo di Garanzia per le PMI, con interessi interamente sostenuti da Invitalia.
Per presentare una domanda di finanziamento, è necessario seguire una procedura online attraverso il sito web di Invitalia e utilizzare un’identità digitale come SPID, CNS o CIE. La domanda deve includere il piano aziendale e i documenti correlati, e richiede una firma digitale e un indirizzo di posta elettronica certificata (PEC). Una volta completata e inviata la domanda, verrà assegnato un numero di protocollo elettronico. Inoltre, è possibile apportare modifiche ai contatti dopo l’invio della domanda.
Le domande presentate sono valutate in base all’ordine cronologico di ricezione, entro un periodo di 60 giorni dalla data di presentazione. 

Meta Platforms: in Europa arriva il social senza pubblicità? 

Meta Platforms: in Europa arriva il social senza pubblicità? 

Un possibile passo strategico per placare le preoccupazioni dei regolatori e prevenire conflitti potenziali legati alla privacy: Meta Platforms potrebbe presto introdurre un’opzione di abbonamento senza pubblicità per gli utenti di Facebook e Instagram nell’Unione Europea. È quanto riporta il New York Times, che sottolinea come l’azienda di Mark Zuckerberg intenda comunque mantenere invariata la disponibilità delle versioni gratuite delle sue piattaforme. Un modello che lungo i suoi vent’anni di storia ha dimostrato di funzionare bene. Tuttavia, il quotidiano mette in luce la crescente pressione delle autorità europee nei confronti di Meta Platforms, principalmente a causa delle violazioni della protezione dei dati verificate nel corso degli anni.

Un importante cambiamento nella strategia della società

L’ipotesi di introdurre un servizio a pagamento potrebbe rappresentare quindi un importante cambiamento nella strategia di Meta Platforms. Questo nuovo modello di business permetterebbe all’azienda di diversificare le fonti di guadagno e ridurre la sua dipendenza dalla pubblicità, che attualmente costituisce la principale fonte di entrate. Nonostante ciò, i dati finanziari del secondo trimestre della società hanno mostrato un incremento nelle vendite complessive, indicando che l’interesse degli inserzionisti pubblicitari rimane elevato.

Combattere le frodi legate all’identità degli utenti

L’annuncio non dovrebbe perciò sorprendere coloro che seguono da vicino Meta Platforms, poiché all’inizio dell’anno l’azienda aveva già anticipato l’intenzione di testare un’opzione di abbonamento per Facebook e Instagram, presentandola come una misura volta a combattere le frodi legate all’identità degli utenti, riporta Adnkronos. Alcune fonti interne a Meta ritengono che la possibilità di offrire agli utenti la scelta di sottrarsi alla pubblicità continuando però ad avere accesso a Facebook e Instagram per abbonamento potrebbe alleviare alcuni dei timori delle autorità europee. O quantomeno agevolare gli interessi del colosso nell’Unione Europea, dove Meta non ha ancora lanciato la sua nuova app Threads, la rivale di X, l’ex Twitter, proprio per timori in ambito regolamentare.

Senza dimenticare il metaverso e l’AI 

Concentrata nelle sfide in Europa, Meta comunque lavora al rilancio delle sue attività e al metaverso, la realtà virtuale che Zuckerberg ritiene essere il futuro e che sta muovendo i primi passi.
L’attenzione è alta anche sulla nuova frontiera dell’Intelligenza artificiale e sulla sua integrazione con i prodotti Meta. Proprio l’AI,  riferisce Il Sole 24 Ore, porterà Zuckerberg e altri amministratori delegati di colossi Big Tech, da Elon Musk agli amministratori delegati di Microsoft e Google (Satya Nadella e Sundar Pichai) al Senato americano il 13 settembre per un incontro bipartisan a porte chiuse che sarà da base alla stesura di regole per l’AI.

Smartworking e nuove professioni cambiano le vacanze: addio ferie d’agosto

Smartworking e nuove professioni cambiano le vacanze: addio ferie d’agosto

Come tutto ciò che riguarda il mondo del lavoro, anche le vacanze sono entrate nel vortice del cambiamento. Da policy aziendali che sperimentano lo smartworking ad aziende che sperimentano ‘ferie libere’, un modello che dà ai propri dipendenti massima flessibilità, anche l’Italia si sta interrogando su alcuni assunti da sempre considerati caposaldo delle vacanze. Come quello secondo il quale la parola ‘ferie’ è accompagnata da ‘agosto’. Un’abitudine che risale ai tempi dei Romani, mantenuta viva fino a oggi e alimentata dal fatto che le ferie scolastiche in Italia sono quasi tutte concentrate in estate, soprattutto ad agosto. Ma qualcosa sta cambiando.

Meno esodo estivo più week end lunghi

“La concezione delle ferie cambia, come cambia il mondo del lavoro – commenta Pietro Novelli, general manager di Oliver James Italia -. L’introduzione dello smartworking sta modificando le abitudini dei lavoratori italiani a partire dalle due canoniche settimane centrali di agosto. La possibilità di lavorare da luoghi diversi dall’ufficio permette di ri-organizzarsi, potendo unire smartworking e weekend lunghi, suddividendo le vacanze in più momenti dell’anno – continua Novelli -. Si assiste sempre meno all’esodo estivo e alle code infinite in autostrada: le persone possono concedersi fine settimana fuori casa lavorando da remoto anche il lunedì e il venerdì, evitando così imbottigliamenti e rientri notturni la domenica sera”.

Lavorare da remoto in estate

Insomma, “I dipendenti hanno l’opportunità, come policy, di lavorare da remoto tutto agosto, sia per via della chiusura aziendale sia grazie a politiche di full remote working per il periodo estivo”, aggiunge Novelli.
In ogni caso, con 22 giorni l’anno di ferie più 10 festività nazionali, l’Italia si posiziona al quarto posto nella classifica europea dei paesi con più ferie pagate all’anno. Sopra, Austria (con 35 giorni), Portogallo (22 giorni più 13 festività nazionali) e Spagna (22 giorni e 12 festività nazionali). Fanalino di coda, il Regno Unito, che con soli 20 giorni l’anno di ferie e 8 festività chiude la classifica.

Dagli Usa arriva il Discretionary Time Off

Ma basta andare oltreoceano per vedere tutto un altro mondo: in USA, ad esempio, non sono garantiti i giorni di ferie pagati dal datore di lavoro, ma solo le festività nazionali. Molte aziende garantiscono lo stesso le ferie, che però, si aggirano tra 10 e 14 giorni all’anno.
“Un quadro ben diverso da quello europeo – racconta Novelli – Eppure, è proprio dagli Stati Uniti che stanno nascendo nuove tendenze in fatto di ferie e lavoro”.
Le big tech americane, come Adobe, Salesforce, LinkedIn, Oracle, Netflix e ora anche Microsoft, stanno dando vita a un nuovo modello: quello delle ‘ferie libere’. Nella mail che Microsoft ha inviato ai propri dipendenti statunitensi, riporta Adnkronos, si parla di ‘Discretionary Time Off’, ovvero Tempo libero discrezionale. Insomma, forse è troppo presto per decretare la fine delle ferie d’agosto, ma sicuramente un nuovo modello sta emergendo.

Anche sui social vale la teoria dei sei gradi di separazione

Anche sui social vale la teoria dei sei gradi di separazione

La teoria dei sei gradi di separazione risale al 1967, quando Stanley Milgram, professore all’Università di Harvard, ha lanciato uno degli esperimenti sociali più noti. La sua lettera, indirizzata a un ignoto agricoltore del Nebraska, avrebbe dovuto raggiungere il destinatario reale, un broker di Boston, passando di mano in mano. I risultati hanno mostrato che nella società americana esistevano percorsi sociali ben definiti, ponendo appunto le basi per la teoria dei sei gradi di separazione.
L’idea che due individui siano connessi attraverso una catena di un massimo di sei ‘strette di mano’, trova applicazione anche nei social network. Uno studio internazionale guidato dall’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr di Firenze, pubblicato sulla rivista Physical Review X, lo conferma.

Una catena di conoscenze

Ogni persona nel mondo, non importa quanto lontana sia, è in realtà solo a sei ‘passaggi’ di distanza da noi attraverso la catena delle conoscenze. Un esempio? Si pensi di dover inviare una lettera a una persona che non si conosce e che vive dall’altra parte del mondo, ma invece di spedirla direttamente, la lettera si spedisca a un amico o un conoscente. E questo amico a sua volta passi la lettera a uno dei suoi amici, e così via. La teoria dei sei gradi di separazione afferma che nonostante il mondo sia popolato da miliardi di persone per far arrivare la lettera alla persona giusta dall’altra parte del mondo ci vogliono solo sei di questi ‘passaggi’. 

Una teoria confermata dalla scienza delle reti

Lo studio ha infatti rivelato che i percorsi tracciati dagli utenti dei social network nel creare nuovi collegamenti sono in linea con il modello dei ‘sei gradi’.
“Nei social network, gli individui navigano dinamicamente in cerca di connessioni strategiche – spiega Stefano Boccaletti, coordinatore dello studio -. Tale ricerca genera un flusso continuo di connessioni che si formano e si interrompono, con l’obiettivo di ottenere una posizione centrale nella rete. È sorprendente notare come, nonostante ciascuno agisca indipendentemente e senza conoscenza della rete nel suo complesso, i percorsi sociali che si formano si aggirano sempre intorno al numero sei”.

Com’è piccolo il mondo!

Questa scoperta rinforza la teoria del ‘piccolo mondo’, secondo cui due nodi di una rete possono essere collegati tramite un numero relativamente piccolo di legami.
“Il nostro studio – aggiunge il ricercatore – ha rivelato una caratteristica intrinseca non solo delle reti sociali, ma di molti altri sistemi complessi. Mentre l’esperimento di Milgram era limitato i moderni studi sistemici applicati a scala globale confermano la validità della teoria, che si tratti di milioni di utenti di un social network o di reti di collaborazione scientifica internazionale. L’esempio più drammatico è stato l’incredibile diffusione del Covid-19, dimostrando che in sei cicli di infezione un virus può diffondersi rapidamente in tutto il mondo”.