Lavoro, primi segnali positivi: cresce l’occupazione e cala la disoccupazione

Lavoro, primi segnali positivi: cresce l’occupazione e cala la disoccupazione

Il bilancio del 2024 porta qualche buona notizia sul fronte del lavoro. Non grandi scossoni, ma di qualche piccola, buona notizia che permette di tirare un po’ il fiato. L’occupazione tra i 15 e i 64 anni arriva al 62,2%, mentre la disoccupazione scende al 6,6%.
L’inattività, invece, resta più o meno dov’era. Già nel 2023 si intravedeva un sentiero più stabile, con più persone al lavoro e meno in cerca. Una sorta di ritorno alla normalità, anche se il quadro resta complesso e pieno di sfumature.

Redditi bassi e Mezzogiorno: le migliori performance

La sorpresa arriva da dove forse ci si aspettava meno. Tra il 2022 e il 2023, le famiglie con i redditi più bassi sono quelle che hanno visto i miglioramenti più netti: aumenti dell’occupazione anche di 2 o 3 punti percentuali. Parallelamente, la disoccupazione scende proprio nelle fasce che, negli anni passati, avevano faticato di più a trovare un posto stabile.

Un’altra piccola svolta riguarda il Mezzogiorno: spesso associato solo a difficoltà e ritardi, questa volta mostra una dinamica più simile al Nord-est, con crescite interessanti soprattutto nelle fasce meno abbienti. Non si tratta di rivoluzioni, ma di segnali che illuminano angoli di solito trascurati.

Giovani, donne e istruzione: tre criticità ancora da risolvere

I giovani tra i 25 e i 34 anni tornano a occupare di più, raggiungendo il 68,1%. È un dato che sorprende in positivo, anche perché la spinta più forte arriva proprio dai ragazzi provenienti da famiglie con redditi più bassi. Bene anche gli over 55, che continuano a rafforzare la loro presenza nel mondo del lavoro.

Il divario tra uomini e donne, però, continua a essere una ferita aperta, soprattutto nelle fasce di reddito più basse. In alcune aree la distanza tocca ancora i 30 punti percentuali. A questo si aggiunge la questione dell’istruzione: chi ha un titolo universitario continua ad avere un vantaggio evidente, e la differenza tra chi può studiare di più e chi meno resta marcata.

Che tipo di lavoro si trova? 

Sul fronte dei contratti arrivano buone notizie: quelli stabili aumentano, mentre i lavori a termine fanno un passo indietro. Ma quando si parla di qualità dell’occupazione, la strada è ancora lunga.

Oltre un quarto degli occupati è impiegato in professioni a basso reddito, e tra chi entra ora nel mercato del lavoro questa percentuale supera il 40%. Un segnale che invita all’ottimismo, sì, ma anche a tenere i piedi per terra.

Smart working e intelligenza artificiale, come cambia il lavoro?

Smart working e intelligenza artificiale, come cambia il lavoro?

Negli ultimi anni in Italia si parla sempre più spesso di smart working, e non è un caso. La popolazione attiva cala, l’età media sale e le aziende devono fare i conti con un mondo del lavoro che cambia in fretta.
In questo scenario, il lavoro da remoto non è più una necessità nata durante la pandemia, ma è una modalità per restare competitivi e rendere le giornate lavorative un po’ più vivibili.

La tecnologia fa paura, ma può essere un’alleata

L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha complicato un po’ le cose. Molti lavoratori temono che i software “pensino” al posto loro, e non è semplice mantenere alta la motivazione quando si ha l’impressione di essere sostituibili. È qui che entra in gioco il ruolo dei manager: dovrebbero guidare questa trasformazione con equilibrio, facendo capire che l’AI può alleggerire il carico, non rubare il posto.

Secondo la ricerca “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, curata per l’Osservatorio del Politecnico di Milano, le aziende italiane stanno già attraversando questa fase di passaggio. Lo smart working, specialmente nelle grandi imprese, è un’abitudine ormai consolidata. La sfida, oggi, è farlo crescere, evitare che diventi una routine pigra e stimolare invece curiosità e innovazione.

Ci sono ancora margini enormi

I numeri aiutano a comprendere meglio la situazione attuale. Nelle realtà più strutturate, quasi tutti utilizzano i giorni di remoto concessi. Nella Pubblica Amministrazione il quadro è più variegato, mentre nelle PMI si procede a macchia di leopardo, tra chi rispetta le regole e chi gode di maggiore elasticità.

Interessante il dato sul potenziale inespresso: circa tre milioni di persone potrebbero lavorare da remoto almeno metà del tempo senza perdere efficacia. Significa che lo smart working potrebbe ancora crescere, ampliando la platea di chi ne beneficia.

Il modello collaborativo funziona meglio

Una parte della ricerca mette in evidenza qualcosa che sembra quasi intuitivo: dove il lavoro da remoto si organizza insieme, nei team, le cose funzionano meglio.
I lavoratori sono più coinvolti, le prestazioni migliorano e aumenta anche la sensazione di far parte davvero dell’azienda. Al contrario, un’organizzazione troppo rigida o completamente individuale si rivela meno efficace.

Disconnessione e AI: le due parole chiave del futuro

Resta però il nodo della disconnessione: molti smart worker lavorano troppo, spesso senza accorgersene. Per questo diverse aziende hanno introdotto fasce orarie “protette”, in cui non si deve essere reperibili.

Nel frattempo l’AI sta cambiando il modo di lavorare: aiuta a sbrigare le attività ripetitive, libera tempo e permette di concentrarsi su compiti più creativi, più autonomi e decisamente più gratificanti. Un segnale, forse, che la direzione è quella giusta: meno burocrazia, più valore.

Contratti e stipendi: l’Italia aspetta rinnovi e aumenti

Contratti e stipendi: l’Italia aspetta rinnovi e aumenti

Alla fine di settembre 2025, la fotografia del lavoro in Italia mostra un Paese che avanza con prudenza. Sono 46 i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica: coprono circa 7,5 milioni di lavoratori, cioè poco meno del 57% dei dipendenti. In pratica, più di uno su due ha un contratto aggiornato.

Nel corso del terzo trimestre dell’anno, i rinnovi effettivi sono stati solo cinque: due nell’industria, uno nei servizi privati e due nella pubblica amministrazione. Ma all’appello ne mancano ancora 29, che coinvolgono oltre 5 milioni e mezzo di persone. Quasi la metà dei lavoratori italiani, insomma, resta in attesa. I dati emergono dall’analisi dell’Istat Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025.

Attese più lunghe e trattative complicate

Il tempo medio per arrivare a un nuovo contratto continua ad allungarsi. In un solo anno, da settembre 2024 a settembre 2025, si è passati da 18 a quasi 28 mesi di attesa per chi ha il contratto scaduto. Anche considerando l’intera platea dei dipendenti, l’attesa media è salita a un anno pieno.

Un dato che racconta la fatica del confronto tra imprese, sindacati e pubblica amministrazione, in un momento in cui inflazione e costi energetici hanno lasciato strascichi pesanti.

Stipendi in crescita, ma senza slancio

Tra gennaio e settembre 2025, la retribuzione oraria media è salita del 3,3% rispetto all’anno prima. A settembre, l’indice delle retribuzioni è stabile rispetto al mese precedente, ma ha segnato un +2,6% su base annua.

I miglioramenti più evidenti si vedono nella Pubblica Amministrazione (+3,3%), mentre le migliorie sono più lente per industria (+2,3%) e servizi privati (+2,4%). I maggiori rincari si registrano per ministeri (+7,2%), forze armate (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%), mentre telecomunicazioni e farmacie private restano ferme.

Salari reali più bassi del 2021

Nonostante i piccoli segnali positivi, il quadro resta fragile. Nel terzo trimestre la crescita salariale ha rallentato, restando comunque superiore all’inflazione. Ma, in termini reali, le retribuzioni restano più basse dell’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021.

È il segno di un Paese che lavora molto, discute tanto, ma attende ancora che gli sforzi dei suoi lavoratori trovino pieno riconoscimento nelle buste paga.

Lavoro: la soddisfazione è più alta nelle regioni montane

Lavoro: la soddisfazione è più alta nelle regioni montane

Il livello più alto di soddisfazione lavorativa lo detiene la Valle d’Aosta, con il 61,7% degli occupati (70mila persone) significativamente soddisfatti a livello professionale. In seconda posizione, la Provincia Autonoma di Trento (61,1% 161mila persone) e in terza quella di Bolzano (60,5%, 170mila).

Sul podio, quindi, i territori di alta montagna, dove si osservano prevalentemente realtà geografiche di dimensioni contenute, caratterizzate dalla presenza di piccolissime attività produttive, con un impatto ambientale trascurabile. Realtà che risultano fortemente integrate e in perfetto equilibrio con territori di straordinaria bellezza, ancora preservati e a misura d’uomo.
Le piccole imprese, oltre a svolgere un ruolo fondamentale nella conservazione della cultura e delle tradizioni locali, promuovono l’identità culturale delle comunità coinvolte, valorizzando i lavoratori che si sentono i principali protagonisti di questo successo. 

In coda i lavoratori del Sud

La classifica è stata redatta dall’Ufficio Studi della CGIA basandosi sull’indagine BES-Istat condotta nel 2023. Dall’elaborazione emerge che in Italia 12,2 milioni di addetti dichiarano di “amare” il proprio lavoro, il 51,7% del totale degli occupati presenti nel Paese.
Al quarto posto della graduatoria si trova l’Umbria (58,2%, 234mila), seguita da Piemonte (57,1%, poco più di un milione) e Marche (55,4%, 370mila). 

Se nella parte alta della classifica dominano le piccole realtà geografiche, la coda, invece, è “occupata” dalle regioni del Sud.
Negli ultimi posti compaiono i lavoratori della Calabria, con un livello di felicità del proprio lavoro del 43,8%, pari a 245mila persone), della Basilicata, con il 42,3% (96mila) e della Campania, con il 41,2 (681mila).

Felicità personale e benessere del luogo di lavoro

La stima della percentuale di lavoratori che ha manifestato un elevato grado di apprezzamento per la propria attività professionale è stata calcolata considerando vari fattori quali le opportunità di carriera, l’orario di lavoro, la stabilità occupazionale, la distanza tra casa e luogo di lavoro e l’interesse per le mansioni svolte. 

Se la felicità è uno stato d’animo che attiene alla sfera personale, in questo caso dei lavoratori, il benessere del luogo di lavoro è un indice più esaustivo, che tiene conto anche del contesto socio-economico in cui lavora un operaio o un impiegato. Questa variabile è stata ottenuta attraverso la misurazione di quanti lavorano e non lavorano, degli irregolari, del tasso di istruzione correlato alle mansioni svolte, della precarietà, del livello retributivo, degli infortuni mortali.

Lombardia prima per qualità aziendale

Per ciascuno dei sottoindicatori considerati è stata stilata una graduatoria nazionale in grado di stimare il benessere aziendale presente in tutte le regioni del Paese. 
E analizzando i risultati che emergono dall’incrocio dei 10 sottoindicatori sulla qualità del lavoro, è la Lombardia a guidare questa graduatoria.

Seguono la Provincia Autonoma di Bolzano, il Veneto, la Provincia Autonoma di Trento, il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia.
Nelle parti basse della classifica si piazzano la Sicilia, la Basilicata, e fanalino di coda, la Calabria.

Le novità normative e l’aggiornamento DVR: resta al passo con la legge

Quello della sicurezza sul lavoro è un ambito regolamentato da norme che vengono costantemente aggiornate per rispondere alle nuove esigenze del mondo del lavoro. Il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è lo strumento che ogni azienda deve redigere per analizzare e gestire i rischi specifici della propria attività.

Molti considerano la compilazione del DVR un’operazione da svolgersi una sola volta, ma la sua validità e utilità sono legate alla sua capacità di rimanere aggiornato. Non adeguarsi ai cambiamenti normativi e operativi può esporre l’impresa a sanzioni e, cosa ancora più importante, a pericoli concreti per i lavoratori.

Infatti, ignorare gli aggiornamenti significa mettere a rischio la sicurezza dei dipendenti e la solidità dell’azienda. Un DVR non aggiornato può contenere ad esempio valutazioni superate e misure di prevenzione obsolete, rendendo l’intera struttura di sicurezza inefficace.

Di conseguenza, l’azienda si trova in una posizione di vulnerabilità, non solo di fronte a ispezioni, ma anche rispetto a potenziali incidenti.

L’obbligo di aggiornamento secondo la legge

Il Decreto Legislativo 81/08 stabilisce in modo preciso quando e come debba essere effettuato l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi. La norma non si limita a richiedere la sua stesura, ma ne impone la revisione in determinate circostanze.

Tra queste, la più comune è il verificarsi di un’evoluzione significativa nei processi lavorativi. L’introduzione di una nuova linea di produzione, l’utilizzo di sostanze chimiche diverse o l’adozione di un nuovo tipo di macchinario sono tutti fattori che rendono obbligatoria la revisione.

Inoltre, il DVR deve essere aggiornato a seguito di infortuni o incidenti che abbiano provocato conseguenze rilevanti. Un evento negativo è un chiaro segnale che le misure di sicurezza attuali potrebbero non essere sufficienti.

Le novità normative più recenti

Il panorama legislativo in materia di sicurezza sul lavoro è dinamico, e periodicamente vengono introdotte nuove disposizioni o modifiche alle leggi esistenti. Queste novità possono riguardare aspetti specifici come la gestione dei rischi psicosociali, l’esposizione a nuove sostanze o i rischi legati all’uso di determinate tecnologie.

È responsabilità del datore di lavoro e degli addetti alla sicurezza rimanere informati su questi cambiamenti e integrare le nuove disposizioni nel proprio DVR.

Un esempio di recente attenzione legislativa è rivolto ai rischi legati allo smart working. L’aumento del lavoro da remoto ha reso necessario un aggiornamento delle valutazioni dei rischi anche per i dipendenti che non operano in sede.

I vantaggi di un DVR costantemente aggiornato

Mantenere il DVR costantemente aggiornato offre benefici che vanno oltre la semplice conformità legale. Un documento che riflette la situazione attuale dell’azienda è uno strumento efficace per la prevenzione.

Esso permette infatti di identificare tempestivamente nuovi pericoli e di adottare le misure protettive adeguate prima che si verifichino incidenti.

Un DVR curato e completo migliora anche l’immagine aziendale e la percezione di serietà da parte di dipendenti, clienti e partner.

Come procedere con la revisione

La revisione del DVR è un processo sistematico che richiede precisione.

Il primo passo è l’analisi delle modifiche che si sono verificate in azienda, sia a livello strutturale che organizzativo. È importante coinvolgere tutte le figure professionali designate, come il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e il medico competente, che possono fornire un contributo prezioso.

Dopo aver identificato i cambiamenti, si procede con l’aggiornamento delle sezioni pertinenti del documento. Si integrano le nuove valutazioni dei rischi e si ridefiniscono le misure di prevenzione e protezione necessarie.

Tutto il processo di aggiornamento DVR deve essere documentato in modo chiaro, indicando le motivazioni e le date della revisione.

La cultura della sicurezza come investimento

Considerare l’aggiornamento del DVR un investimento per la salute e la sicurezza dei lavoratori è l’approccio migliore per un’azienda moderna. Non è un semplice onere, ma un’attività che contribuisce a costruire una vera cultura della sicurezza.

Mantenere sempre attuale questo documento permette di avere un sistema di gestione della sicurezza efficace e affidabile. Ciò non solo protegge l’azienda da sanzioni, ma assicura un ambiente di lavoro più sano e sicuro, a beneficio di tutti.

Imprese: quelle femminili sono oltre 1 milione e 300mila

Imprese: quelle femminili sono oltre 1 milione e 300mila

In Italia, le imprese a conduzione femminile sono il 22,2% del totale, oltre 1 milione e 300mila realtà (+0,4% rispetto al 2014) che presentano caratteristiche peculiari.
In tre casi su quattro operano nel terziario, sono mediamente più piccole per dimensioni, più giovani, e sono diffuse soprattutto al Centro-Sud.
Il 60,5% è costituito da ditte individuali, contro il 47,3% delle non femminili, e i tassi di sopravvivenza sono leggermente inferiori alla media.

A 5 anni dalla nascita ne rimane attivo il 72,3%, contro il 77,3% delle imprese maschili.
Nel lungo termine il divario si accentua. Oltre i 5 anni sopravvive il 67,5% delle aziende ‘rosa’, contro 73,1% di quelle a guida maschile.
È la fotografia delle imprese femminili presentata da Unioncamere nel corso dell’Audizione presso la Commissione bicamerale d’inchiesta sul femminicidio e sul contrasto alla violenza di genere. 

Un rapporto non facile con il sistema del credito

Poco più di un’impresa femminile su tre fa ricorso a finanziamenti bancari e 3 imprenditrici su 4 hanno avviato la propria attività utilizzando esclusivamente capitali personali e familiari. Solo una su quattro ha fatto ricorso a un prestito bancario per l’avvio dell’impresa (26,9% vs 22,4% uomini), e l’utilizzo di strumenti finanziari alternativi o complementari al credito bancario appare limitato. Meno dell’1% delle imprese in generale dichiara di essersi avvalsa di canali come investitori informali (business angels, venture capital) o piattaforme di microcredito e crowdfunding, segno di un ecosistema finanziario ancora poco diversificato per le piccole imprese. 

Questa situazione di basso indebitamento volontario indica che le imprenditrici tendono a mantenere un’elevata autonomia finanziaria, ma può rappresentare un freno alla crescita. 

Difficoltà anche nell’accesso a incentivi pubblici

Oltre metà delle imprese (maschili e femminili) che hanno usufruito di incentivi segnalano difficoltà nella gestione delle relative procedure. Le imprenditrici, in particolare, lamentano come principali barriere la complessità delle pratiche amministrative (circa 1 impresa su 3 fra quelle che hanno richiesto sostegni) e le tempistiche lunghe per ottenere materialmente le agevolazioni (più di un’impresa su 10). 

Oltre che sul fronte dello sviluppo paritario e sostenibile attraverso l’incremento della cultura d’impresa, Unioncamere è anche impegnata per la cultura della parità, in quanto soggetto attuatore del progetto finanziato dal PNRR sulla Certificazione della parità di genere nelle imprese.

L’empowerment economico femminile contrasta la violenza di genere

“Accompagnare le donne nel percorso imprenditoriale, dalla fase dell’idea fino alla crescita su mercati più ampi, significa non solo favorire lo sviluppo economico inclusivo, ma anche dotarle di strumenti di autodeterminazione – sottolinea Tiziana Pompei, vice segretario generale di Unioncamere -.. Ogni donna che riesce a creare e far prosperare la propria impresa diventa infatti più libera, più autonoma e meno vulnerabile a ricatti o violenze di natura economica. In quest’ottica, investire sulle donne che fanno impresa costituisce a tutti gli effetti una strategia di prevenzione della violenza di genere: promuovere l’empowerment economico femminile equivale a rimuovere alcuni dei presupposti che alimentano le disparità e possono sfociare in abusi”.

Occupazione: 1,7 milioni di assunzioni in vista dell’estate

Occupazione: 1,7 milioni di assunzioni in vista dell’estate

La domanda di lavoro cresce, ma le imprese faticano a trovare personale. Le buone notizie, insieme a qualche criticità, emergono dall’ultimo Bollettino del Sistema Informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, con il supporto dell’Unione Europea. L’analisi rivela che il mercato del lavoro italiano mostra segnali di vitalità.

A maggio 2025, le imprese prevedono di inserire 528mila nuovi lavoratori, mentre per il periodo compreso tra maggio e luglio sono attesi quasi 1,7 milioni di ingressi. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, l’aumento è del +7%, pari a 35mila posizioni in più. Sul trimestre, l’incremento è del +4,4%. 

Turismo e servizi trainano la crescita

A sostenere la ripresa è in particolare il comparto dei servizi, che fa segnare un deciso +10,4% nelle assunzioni rispetto all’anno precedente. Il boom è spinto soprattutto dal turismo, che da solo genera 147mila posti a maggio e 446mila entro luglio. Buona anche la performance del commercio (71mila) e dei servizi alla persona (58mila).

Al contrario, il settore industriale registra una lieve contrazione (-2% su base annua), con 134mila ingressi previsti a maggio e 412mila nel trimestre. Il settore manifatturiero cerca 84mila lavoratori nel mese, con numeri in lieve calo. Restano centrali la meccatronica, l’agroalimentare e la metallurgia, che continuano a offrire buone opportunità.

I lavoratori mancano soprattutto a Nord Est

Nonostante l’aumento della domanda, cresce anche la difficoltà nel reperire personale: quasi un’assunzione su due (47%) è classificata come “di difficile reperimento”. Il problema è particolarmente accentuato nel Nord Est, dove sale al 49,4%, ma riguarda anche il Nord Ovest e il Centro (entrambi al 47,7%) e il Sud con le Isole (44%).

Tra i profili più carenti si segnalano: gli ingegneri e specialisti gestionali; i tecnici di produzione e della salute; gli operai metalmeccanici e addetti alle rifiniture edili; i professionisti dell’estetica e dell’assistenza alla persona.

Immigrati e contratti: le scelte delle imprese

Il 18,4% delle assunzioni previste sarà destinato a manodopera straniera, soprattutto in ambiti come logistica, edilizia, metallurgia e industria alimentare. Le imprese più propense ad assumere lavoratori immigrati sono quelle attive nei servizi operativi alle persone, dove la quota supera il 32%.

Sul fronte contrattuale, il tempo determinato resta la formula più diffusa (61,8% delle entrate), mentre il tempo indeterminato si attesta al 16,8%.

Parità di genere, come viene percepita nel 2025? 

Parità di genere, come viene percepita nel 2025? 

Come ogni anno, la Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo rappresenta un’occasione per riflettere sui progressi compiuti in ambito sociale, economico e politico, ma anche sulle discriminazioni e le violenze che ancora oggi affliggono molte donne nel mondo.
La ricorrenza non è solo un momento di festa, ma anche un’opportunità per analizzare le criticità nella lotta per l’uguaglianza di genere.

Uno studio globale che ha coinvolto 30 paesi

In occasione della Giornata Internazionale della Donna 2025, Ipsos, in collaborazione con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra, ha condotto un’indagine in 30 paesi, compresa l’Italia.
L’obiettivo della ricerca è stato quello di esplorare le opinioni delle persone sulla parità di genere, mettendo in luce le differenze di pensiero tra generazioni e contesti culturali.

Un futuro più equo per le giovani donne?

Uno dei dati più interessanti emersi dal sondaggio riguarda la fiducia nel futuro delle nuove generazioni femminili. La maggior parte degli intervistati ritiene che le ragazze di oggi avranno opportunità migliori rispetto a quelle delle loro madri.
Eppure questa fiducia sembra essere meno marcata quando si parla del futuro dei giovani uomini, suggerendo una percezione differenziata delle prospettive di crescita tra i due sessi.

Generazione Z, i ragazzi su posizioni non allineate

Un aspetto significativo dello studio riguarda le opinioni contrastanti tra i giovani della Generazione Z. Mentre le ragazze si dichiarano sempre più vicine ai valori del femminismo e sostengono la necessità di continuare a lottare per la parità, una parte dei giovani uomini esprime preoccupazione per il rischio che alcune misure possano penalizzare il genere maschile.
Il divario generazionale suggerisce la necessità di un dialogo più aperto e costruttivo sulle questioni di genere.

Ci sono ancora ostacoli da superare

Nonostante la consapevolezza diffusa sull’importanza della parità di genere, meno della metà degli intervistati crede che nei prossimi cinque anni si assisterà a importanti cambiamenti. Sebbene molti riconoscano l’impegno di governi e aziende, le iniziative attuali vengono spesso percepite come insufficienti. Inoltre, le tensioni sociali tra uomini e donne, tra generazioni diverse e tra differenti fasce economiche sono sempre più evidenti, soprattutto tra i più giovani.

Quanto contano le esperienze personali?

Le esperienze individuali influenzano profondamente il modo in cui le persone percepiscono la parità di genere. Ad esempio, chi ha lavorato con una manager donna o vive in un paese guidato da una leader femminile tende ad avere una visione più positiva dell’uguaglianza.
D’altra parte, molte donne ricordano di essere cresciute in contesti familiari in cui le responsabilità domestiche erano quasi esclusivamente a carico delle madri, un’eredità culturale che ancora oggi condiziona la percezione dei ruoli di genere.

Verso un futuro più inclusivo

I risultati del sondaggio Ipsos evidenziano la necessità di proseguire gli sforzi per promuovere la parità di genere, tenendo conto delle diverse sensibilità presenti nella società.
Comprendere le divergenze generazionali e le tensioni sociali è fondamentale per costruire un futuro in cui l’uguaglianza non sia solo un obiettivo, ma una realtà condivisa da tutti.

Assunzioni: 497mila entrate previste a gennaio, ma 246mila… non si trovano

Assunzioni: 497mila entrate previste a gennaio, ma 246mila… non si trovano

A gennaio 2025 in totale sono oltre 497mila i lavoratori ricercati dalle imprese, e circa 1,4 milioni per il primo trimestre dell’anno. A programmare un maggior numero di assunzioni sono le imprese del Nord-Ovest (159mila) e del Sud (123mila), seguite da quelle del Nord-Est (115mila).
Guidano la domanda le imprese turistiche, che nel mese programmano circa 67mila entrate (+16mila vs gennaio 2024), seguite dal commercio (oltre 77mila entrate, +2mila).
In flessione, le previsioni dell’industria manifatturiera e dei servizi alle imprese (entrambi -12mila unità).

Sono però 246mila le posizioni difficili da reperire.
A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, grazie al Programma nazionale Giovani, donne e lavoro cofinanziato dall’Unione europea.

Guidano la domanda le microimprese. Permane un mismatch elevato

Nel mese in corso l’industria complessivamente programma 161mila assunzioni (-6,4% vs 2024), di cui109mila nelle industrie manifatturiere e nelle public utilities (-9,7%), e 52mila nelle costruzioni (+1,4%). I servizi nel complesso prevedono di assumere 336mila lavoratori, pressoché stabili su base annua.
Sotto l’aspetto dimensionale sono le microimprese (fino a 9 dipendenti) a prevedere una crescita delle assunzioni (+1,5mila vs 2024). In flessione la previsione delle medio-grandi imprese (-8mila e -4mila).

Sempre a gennaio il mismatch tra domanda e offerta di lavoro interessa addirittura il 49,4% di quelle programmate, soprattutto a causa della mancanza di candidati (32,0%).
La difficoltà di reperimento è più elevata nelle regioni del Nord-Est, con oltre il 54% di posizioni vacanti, seguite dal Centro (101mila).

Professioni più ricercate e difficili da reperire

Dal Borsino delle professioni, nel gruppo delle professioni intellettuali e scientifiche sono difficili da reperire analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (62,1%) e ingegneri (58,5%), mentre tra le professioni tecniche, tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (67%) e tecnici della salute (66,3%).

Tra le attività commerciali e nei servizi risultano di più difficile reperimento gli operatori della cura estetica (59,8%) e le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (55,9%).
Elettricisti (75,5%), fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori di carpenteria metallica (74,5%) presentano la più elevata difficoltà di reperimento tra gli operai specializzati, mentre per i conduttori si contraddistinguono gli operai addetti a macchinari dell’industria tessile/confezioni (67,9%) e gli addetti alle macchine per lavorazioni metalliche (65,6%).

Oltre 89mila posizioni destinate a immigrati

I contratti a tempo determinato si confermano la forma maggiormente proposta (circa 215mila unità, 43,2% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (115mila, 23,1%).
Quanto ai livelli di istruzione, il 18% delle ricerche di personale è rivolto a laureati (90mila), il 28% a diplomati (138mila) e il 34% a chi ha una qualifica/diploma professionale (167mila). Oltre 11mila le richieste per i diplomati ITS Academy.

Oltre 89mila assunzioni di lavoratori sono invece destinate a immigrati (18%), soprattutto nei settori dei servizi operativi (28,8%), trasporto/logistica (26,3%), metallurgia (21,4%), alloggio e ristorazione (20%) e costruzioni (19,9%). 
Inoltre, per 148mila posti di lavoro (30%) si richiedono giovani under30, in particolare, nei settori finanziario (43,1%), turistico (41,8%) e informatico (40,7%).

Buste paga e tredicesime: al Nord più alte del 50%

Buste paga e tredicesime: al Nord più alte del 50%

Secondo un’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA tra i lavoratori dipendenti privati del Nord e quelli del Sud le differenze retributive sono più che evidenti: nel settentrione si guadagna mediamente quasi il 50% in più rispetto al meridione. In termini monetari, +8.450 euro lordi l’anno. Se i dipendi privati del Nord percepiscono una busta paga di circa 2mila euro lordi al mese, quella dei colleghi del Sud sfiora 1.350 euro.

Sebbene le gabbie salariali siano state abolite nel 1972, oltre 50 anni di applicazione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) non hanno mitigato le marcate differenze retributive tra le regioni italiane, anche se l’obiettivo, in linea di massima, è stato raggiunto solo a livello intra-settoriale.
Per il mese di dicembre, ovviamente, lo spread riguarda anche la tredicesima mensilità, pagata proprio alla fine dell’anno.

Colpa di caro vita e produttività, ma non solo

È chiaro che queste disuguaglianze salariali molto marcate sono legate al caro-vita e alla produttività, nettamente superiori al Nord rispetto al Sud, al fatto che i valori retributivi medi sono condizionati negativamente dalla presenza dei contratti a termine (part-time involontario, stagionali, intermittenti, etc.), che gravitano in particolare nel Mezzogiorno, e alla concentrazione delle multinazionali, dei grandi gruppi industriali e degli istituti di credito/finanziari/assicurativi, che rispetto alle Pmi, erogano stipendi più pesanti, ma non sono distribuiti uniformemente lungo tutto lo stivale.
La presenza di queste realtà, infatti, si raccoglie, in particolar modo, nelle grandi aree urbane del Nord.

La classifica degli stipendi non stupisce

In dettaglio, l’area geografica con gli stipendi medi più alti è Milano, dove la retribuzione mensile media nel 2023 è di 2.642 euro. Seguono i dipendenti privati di Monza-Brianza (2.218 euro) e i lavoratori delle province ubicate lungo la via Emilia (Parma, 2.144 euro, Modena, 2.129 euro, Bologna, 2.123 euro, Reggio Emilia, 2.072 euro)

Nella graduatoria nazionale di 107 province la prima realtà geografica del Mezzogiorno è Chieti, che occupa il 55° posto (1.598 euro), mentre tra le province con le retribuzioni più ‘leggere’, ci sono Trapani (1.143 euro), Cosenza (1.140 euro) e Nuoro (1.129 euro). Maglia nera è Vibo Valentia (1.030 euro). 

L’inflazione cresce più del monte salari

Nel 2023 il monte salari lordo erogato ai 17,3 milioni di lavoratori dipendenti privati ha toccato 411,3 miliardi di euro, equivalenti a una retribuzione media mensile lorda di 1.820 euro (+3,5% vs 2022). L’inflazione però è cresciuta del +5,7%. Inoltre, il 60% dell’ammontare complessivo delle retribuzioni sono state pagate ai lavoratori del Nord. 

Quanto alla tredicesima, a partire dal 1960 i lavoratori dipendenti italiani ricevono nel mese di dicembre un doppio stipendio, ma questa gratifica natalizia risulta leggermente inferiore poiché il livello di tassazione è superiore rispetto a quello in capo allo stipendio ordinario.
Ma negli ultimi giorni di dicembre 2024, 4,6 milioni di lavoratori subordinati con un reddito lordo inferiore a 28.000 euro e almeno un figlio a carico, stanno percependo un bonus di 100 euro netti.