Alla fine di settembre 2025, la fotografia del lavoro in Italia mostra un Paese che avanza con prudenza. Sono 46 i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica: coprono circa 7,5 milioni di lavoratori, cioè poco meno del 57% dei dipendenti. In pratica, più di uno su due ha un contratto aggiornato.
Nel corso del terzo trimestre dell’anno, i rinnovi effettivi sono stati solo cinque: due nell’industria, uno nei servizi privati e due nella pubblica amministrazione. Ma all’appello ne mancano ancora 29, che coinvolgono oltre 5 milioni e mezzo di persone. Quasi la metà dei lavoratori italiani, insomma, resta in attesa. I dati emergono dall’analisi dell’Istat Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025.
Attese più lunghe e trattative complicate
Il tempo medio per arrivare a un nuovo contratto continua ad allungarsi. In un solo anno, da settembre 2024 a settembre 2025, si è passati da 18 a quasi 28 mesi di attesa per chi ha il contratto scaduto. Anche considerando l’intera platea dei dipendenti, l’attesa media è salita a un anno pieno.
Un dato che racconta la fatica del confronto tra imprese, sindacati e pubblica amministrazione, in un momento in cui inflazione e costi energetici hanno lasciato strascichi pesanti.
Stipendi in crescita, ma senza slancio
Tra gennaio e settembre 2025, la retribuzione oraria media è salita del 3,3% rispetto all’anno prima. A settembre, l’indice delle retribuzioni è stabile rispetto al mese precedente, ma ha segnato un +2,6% su base annua.
I miglioramenti più evidenti si vedono nella Pubblica Amministrazione (+3,3%), mentre le migliorie sono più lente per industria (+2,3%) e servizi privati (+2,4%). I maggiori rincari si registrano per ministeri (+7,2%), forze armate (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%), mentre telecomunicazioni e farmacie private restano ferme.
Salari reali più bassi del 2021
Nonostante i piccoli segnali positivi, il quadro resta fragile. Nel terzo trimestre la crescita salariale ha rallentato, restando comunque superiore all’inflazione. Ma, in termini reali, le retribuzioni restano più basse dell’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021.
È il segno di un Paese che lavora molto, discute tanto, ma attende ancora che gli sforzi dei suoi lavoratori trovino pieno riconoscimento nelle buste paga.