Smart working e intelligenza artificiale, come cambia il lavoro?

Smart working e intelligenza artificiale, come cambia il lavoro?

Negli ultimi anni in Italia si parla sempre più spesso di smart working, e non è un caso. La popolazione attiva cala, l’età media sale e le aziende devono fare i conti con un mondo del lavoro che cambia in fretta.
In questo scenario, il lavoro da remoto non è più una necessità nata durante la pandemia, ma è una modalità per restare competitivi e rendere le giornate lavorative un po’ più vivibili.

La tecnologia fa paura, ma può essere un’alleata

L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha complicato un po’ le cose. Molti lavoratori temono che i software “pensino” al posto loro, e non è semplice mantenere alta la motivazione quando si ha l’impressione di essere sostituibili. È qui che entra in gioco il ruolo dei manager: dovrebbero guidare questa trasformazione con equilibrio, facendo capire che l’AI può alleggerire il carico, non rubare il posto.

Secondo la ricerca “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, curata per l’Osservatorio del Politecnico di Milano, le aziende italiane stanno già attraversando questa fase di passaggio. Lo smart working, specialmente nelle grandi imprese, è un’abitudine ormai consolidata. La sfida, oggi, è farlo crescere, evitare che diventi una routine pigra e stimolare invece curiosità e innovazione.

Ci sono ancora margini enormi

I numeri aiutano a comprendere meglio la situazione attuale. Nelle realtà più strutturate, quasi tutti utilizzano i giorni di remoto concessi. Nella Pubblica Amministrazione il quadro è più variegato, mentre nelle PMI si procede a macchia di leopardo, tra chi rispetta le regole e chi gode di maggiore elasticità.

Interessante il dato sul potenziale inespresso: circa tre milioni di persone potrebbero lavorare da remoto almeno metà del tempo senza perdere efficacia. Significa che lo smart working potrebbe ancora crescere, ampliando la platea di chi ne beneficia.

Il modello collaborativo funziona meglio

Una parte della ricerca mette in evidenza qualcosa che sembra quasi intuitivo: dove il lavoro da remoto si organizza insieme, nei team, le cose funzionano meglio.
I lavoratori sono più coinvolti, le prestazioni migliorano e aumenta anche la sensazione di far parte davvero dell’azienda. Al contrario, un’organizzazione troppo rigida o completamente individuale si rivela meno efficace.

Disconnessione e AI: le due parole chiave del futuro

Resta però il nodo della disconnessione: molti smart worker lavorano troppo, spesso senza accorgersene. Per questo diverse aziende hanno introdotto fasce orarie “protette”, in cui non si deve essere reperibili.

Nel frattempo l’AI sta cambiando il modo di lavorare: aiuta a sbrigare le attività ripetitive, libera tempo e permette di concentrarsi su compiti più creativi, più autonomi e decisamente più gratificanti. Un segnale, forse, che la direzione è quella giusta: meno burocrazia, più valore.

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