Ecosistema Urbano: Trento e Mantova le uniche sostenibili

Ecosistema Urbano: Trento e Mantova le uniche sostenibili

Le città italiane faticano a raggiungere performance ambientali sostenibili. Lo conferma la classifica dei 106 capoluoghi di provincia stilata da Ecosistema Urbano, il report annuale di Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore.
Nel 2024 nessuna città raggiunge il punteggio del 100%, e cala al 54,24% (56,41% nel 2023) la media raggiunta. Quanto ai singoli capoluoghi, nel 2024 sono Trento (79,78 %) e Mantova (78,74%) gli unici a superare la soglia di 75 punti, ottenendo rispettivamente il primo e secondo posto.

Trento torna sul gradino più alto (nel 2023 era seconda) rappresentando il meglio della vivibilità italiana cittadina, e Mantova risale di cinque posizioni, grazie a calo di consumi e perdite idriche, e raccolta differenziata.

Bologna (9°) la migliore tra le grandi

Al terzo posto Bergamo (71,82%), che risale la classifica di 13 posizioni grazie all’impegno costante nella raccolta differenziata e la ciclabilità.
Le altre città della top ten sono Bolzano, Pordenone, Reggio Emilia, Parma, Rimini, Bologna, Forlì, tutte aree urbane del Nord e con Bologna, che nonostante in un anno perda una posizione, si conferma la migliore tra le grandi città.

Al Sud l’unica nella top 20 è Cosenza (16esima) anche se perde 3 posizioni. In fondo alla classifica compaiono nove città del Sud (Caltanissetta, Caserta, Catania, Palermo, Catanzaro, Napoli, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria, all’ultimo posto) che non arrivano a toccare il 35% del punteggio, di cui le ultime tre sono sotto al 25%.

Smog e rete idrica le principali criticità

Il numero di città con perdite d’acqua superiori o uguali al 50% diminuisce troppo lentamente: da 24 nel 2023 a 20 nel 2024. Inoltre, cala a 10,39 metri equivalenti ogni 100 abitanti la media della superficie urbana dedicata alle infrastrutture per la ciclabilità (erano 11,02), così come l’estensione media delle isole pedonali (48,6mq ogni 100 abitanti, erano 50,7) e quella delle zone a traffico limitato (368,3mq ogni 100 abitanti, erano 406,9).

Stando ai dati Ispra cresce il consumo di suolo i tutti i capoluoghi: pari a circa 4500 Ha dal 2018 al 2023, a fronte di un calo del numero degli abitanti (-346.000). Ne deriva una crescita del suolo impermeabilizzato per ogni abitante pari a +6,3 mq/ab, ma con forti variazioni da città a città.

Raccolta differenziata e incremento nell’uso dei mezzi pubblici

Tra i segnali positivi la raccolta differenziata, che per la prima volta supera la media del 65%. E sono 15 i capoluoghi oltre l’80% di RD.
Cresce anche il numero dei passeggeri trasportati dal servizio di tpl nelle città capoluogo, anche se le performance generali sono ancora lontane dai livelli europei.

Tra le città a prova di servizi tpl ci sono Milano, con 424 passeggeri nel 2024 rispetto ai 415 del 2023 e Roma, che mostra lievi segnali incoraggianti (da 259 viaggi pro-capite all’anno passa a 277).
Venezia resta la migliore, sebbene in calo, interrompendo una crescita costante, mentre Firenze prosegue a migliorare e sale da 225 passeggeri/ ab/anno a 247.

Lavoro: la soddisfazione è più alta nelle regioni montane

Lavoro: la soddisfazione è più alta nelle regioni montane

Il livello più alto di soddisfazione lavorativa lo detiene la Valle d’Aosta, con il 61,7% degli occupati (70mila persone) significativamente soddisfatti a livello professionale. In seconda posizione, la Provincia Autonoma di Trento (61,1% 161mila persone) e in terza quella di Bolzano (60,5%, 170mila).

Sul podio, quindi, i territori di alta montagna, dove si osservano prevalentemente realtà geografiche di dimensioni contenute, caratterizzate dalla presenza di piccolissime attività produttive, con un impatto ambientale trascurabile. Realtà che risultano fortemente integrate e in perfetto equilibrio con territori di straordinaria bellezza, ancora preservati e a misura d’uomo.
Le piccole imprese, oltre a svolgere un ruolo fondamentale nella conservazione della cultura e delle tradizioni locali, promuovono l’identità culturale delle comunità coinvolte, valorizzando i lavoratori che si sentono i principali protagonisti di questo successo. 

In coda i lavoratori del Sud

La classifica è stata redatta dall’Ufficio Studi della CGIA basandosi sull’indagine BES-Istat condotta nel 2023. Dall’elaborazione emerge che in Italia 12,2 milioni di addetti dichiarano di “amare” il proprio lavoro, il 51,7% del totale degli occupati presenti nel Paese.
Al quarto posto della graduatoria si trova l’Umbria (58,2%, 234mila), seguita da Piemonte (57,1%, poco più di un milione) e Marche (55,4%, 370mila). 

Se nella parte alta della classifica dominano le piccole realtà geografiche, la coda, invece, è “occupata” dalle regioni del Sud.
Negli ultimi posti compaiono i lavoratori della Calabria, con un livello di felicità del proprio lavoro del 43,8%, pari a 245mila persone), della Basilicata, con il 42,3% (96mila) e della Campania, con il 41,2 (681mila).

Felicità personale e benessere del luogo di lavoro

La stima della percentuale di lavoratori che ha manifestato un elevato grado di apprezzamento per la propria attività professionale è stata calcolata considerando vari fattori quali le opportunità di carriera, l’orario di lavoro, la stabilità occupazionale, la distanza tra casa e luogo di lavoro e l’interesse per le mansioni svolte. 

Se la felicità è uno stato d’animo che attiene alla sfera personale, in questo caso dei lavoratori, il benessere del luogo di lavoro è un indice più esaustivo, che tiene conto anche del contesto socio-economico in cui lavora un operaio o un impiegato. Questa variabile è stata ottenuta attraverso la misurazione di quanti lavorano e non lavorano, degli irregolari, del tasso di istruzione correlato alle mansioni svolte, della precarietà, del livello retributivo, degli infortuni mortali.

Lombardia prima per qualità aziendale

Per ciascuno dei sottoindicatori considerati è stata stilata una graduatoria nazionale in grado di stimare il benessere aziendale presente in tutte le regioni del Paese. 
E analizzando i risultati che emergono dall’incrocio dei 10 sottoindicatori sulla qualità del lavoro, è la Lombardia a guidare questa graduatoria.

Seguono la Provincia Autonoma di Bolzano, il Veneto, la Provincia Autonoma di Trento, il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia.
Nelle parti basse della classifica si piazzano la Sicilia, la Basilicata, e fanalino di coda, la Calabria.

Rapporto Coop, stili di vita e quotidianità degli italiani nel 2025

Rapporto Coop, stili di vita e quotidianità degli italiani nel 2025

L’Italia è entrata nell’età del caos. La conferma arriva dal Rapporto Coop 2025 – Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e domani: negli ultimi mesi gli italiani vedono allungarsi un’ombra sul domani.
Abbandonate serenità e fiducia ostentate negli anni della pandemia e del post-Covid, rispetto al 2022 oggi crescono timore (dal 20% al 39%), inquietudine (24%, 37%) e allerta (16%, 25%), si riducono serenità (34%, 24%) e fiducia (27%, 24%).

Non stupisce che si affermino istanze di pace e diritti civili (64%), contrasto a fame, povertà, violenze di genere (55%) anche sopravanzando la garanzia di un lavoro dignitoso, la riduzione delle disuguaglianze (62%) e gli stessi temi ambientali e del cambiamento climatico.
Nel mindset individuale restano le difficoltà quotidiane e la voglia di maggiori redditi, ma nell’immaginario collettivo è soprattutto la guerra a segnare più ampia discontinuità. 

Riemerge l’importanza della religione

Nel generale greenlash istituzionale e imprenditoriale il 73% degli italiani considera il climate change un’emergenza causata da attività umane e si dichiara disposto a fare la sua parte con mezzi di trasporto alternativi, limiti all’uso del riscaldamento domestico, riduzione del consumo di carne rossa.
Questo cambiamento nello stato d’animo degli italiani sembra preconizzarne uno più profondo nel sistema valoriale e un ripensamento degli stili di vita.

Gli italiani si autorappresentano guidati da valori di onestà (50%), rispetto (46%) e sono meno interessati a ricchezza (10%), successo sociale/carriera (7%). E dopo anni di spinta laicista riemerge l’importanza della religione, e più in generale, il ricorso a percorsi di spiritualità (45%). 

In equilibrio precario di fronte agli imprevisti

Mentre impazzano remake televisivi e cinematografici, crescono esponenzialmente le vendite di vinili. Il 54% della GenerazioneZ avrebbe preferito nascere all’epoca dei propri genitori. Un tuffo nel passato che consola, tanto che 7 italiani su 10 pensano che un tempo il mondo fosse un posto migliore.

Ma grazie al loro impegno sul lavoro, gli italiani si scoprono meno vulnerabili, ma restano vigili e in precario equilibrio di fronte agli imprevisti. Se è vero che nel 2024 la spesa complessiva delle famiglie è cresciuta rispetto a cinque anni fa, oltre la metà è assorbita dalle spese obbligate. Il risparmio persiste come driver primario (42%), ma a essere messa in discussione è l’essenza stessa della società dei consumi. Pare arrivato il tempo del deconsumismo.

La tavola come riflesso dei valori

Il ripensamento del sistema valoriale e delle scelte quotidiane è riflesso nel modo in cui gli italiani si rappresentano a tavola. Rispetto al 2022 chi si identifica con un’identità alimentare ancorata alla tradizione scende dal 34% al 22%, mentre cresce la percentuale di chi autodefinisce il proprio stile associandolo ad abitudini alimentari innovative (23%, 31%).
Il cibo, oltre a divenire palestra di sperimentazione, torna domestico e cucinato. 

Per stare al passo con queste evoluzioni, la grande distribuzione italiana dovrà affrontare la sfida del futuro, che secondo le opinioni dei manager food&beverage, passa dall’innovazione di prodotto e di processo (53%), ma anche da adeguate politiche per il personale (36%).

Consumi: l‘impatto positivo di una detassazione della tredicesima sulla crescita

Consumi: l‘impatto positivo di una detassazione della tredicesima sulla crescita

A stimarlo è CER per Confesercenti: la detassazione della mensilità aggiuntiva sarebbe un intervento in grado di dare respiro ai bilanci familiari, spingere i consumi e contribuire alla crescita. Un taglio di 6 miliardi dell’Irpef sulla tredicesima si trasformerebbe infatti in una spinta alla spesa delle famiglie di circa 4 miliardi di euro in termini reali. 

Dove incertezza e inflazione stanno condizionando la ripresa dei consumi, ferma a +0,4%, il taglio sulla mensilità aggiuntiva è la strada giusta per dare impulso alla ripresa. Un intervento immediatamente percepibile, perché agirebbe direttamente anche sulle tasche dei lavoratori, e dall’impatto positivo anche sulla crescita del Pil (+0,3%).

L’autunno si preannuncia “freddo” per il potere d’acquisto

Nel 2025 la crescita della spesa dovrebbe fermarsi poco sotto quota +0,4% (+3,8 miliardi), con una variazione congiunturale nulla tra il secondo e il primo semestre e un incremento tendenziale limitato allo 0,1%.

Rispetto alla stima diffusa prima dell’estate (+0,7%) si tratta di una crescita quasi dimezzata: mancano all’appello circa 3,7 miliardi di spesa delle famiglie.
A pesare, il recupero ancora troppo lento del potere d’acquisto e l’aumento del peso delle spese primarie, dalle bollette agli alimentari. Una dinamica che sembra proseguire anche nei prossimi mesi.

Sulla capacità di spesa incide anche il prelievo fiscale

Secondo la previsione di Confesercenti, il saldo tra entrate e spese correnti dovrebbe essere positivo anche nel 2025, con un aumento di +8 miliardi sull’anno precedente. Inoltre, i dati di contabilità nazionale sul 2024 hanno delineato un aumento delle entrate correnti di 55 miliardi, di cui 21 da imposte dirette, 18 da indirette e 11,4 dai contributi.

“I consumi interni restano il motore principale della crescita economica, soprattutto in una fase in cui le tensioni internazionali e i dazi rischiano di rallentare il commercio estero – spiega Nico Gronchi, Presidente di Confesercenti -. Per rimettere in moto la domanda però occorre rafforzare la capacità di spesa alle famiglie, recuperando parte dell’aumento del prelievo fiscale registrato nell’ultimo anno”.

“Non bastano interventi da 30 o 40 euro al mese”

“Ci rendiamo conto che la coperta è corta e che gli obblighi europei ci impongono di uscire dalla procedura di infrazione – prosegue Gronchi -. Anche se non è quindi un tesoretto da utilizzare a piacimento, l’aumento del gettito resta però rilevante, con effetti negativi su consumi e crescita. È ora di restituire qualcosa alle famiglie. Non bastano però interventi ‘spalmati’, tradotti in 30 o 40 euro al mese, che rischiano di non essere percepiti dai consumatori e quindi di non produrre l’effetto necessario sulla fiducia e sulla spesa. Più efficace sarebbe il taglio proposto sulle tredicesime”.

Per avere un alleggerimento fiscale sostanzioso, e subito ‘visibile’ nelle buste paga, Confesercenti propone una detassazione anche di mille euro di importo. Un aiuto concreto in un momento chiave dell’anno per i consumi.

Prestiti contro il caro-scuola: per studiare erogati 370 milioni di euro in un anno

Prestiti contro il caro-scuola: per studiare erogati 370 milioni di euro in un anno

Per i costi legati all’istruzione le associazioni dei consumatori hanno denunciato aumenti che in alcuni casi superano il 20%. Forse anche per questo non mancano gli italiani che scelgono di ricorrere a un prestito personale per far fronte alle spese.

Infatti, secondo le stime elaborate da Facile.it e Prestiti.it su un campione di oltre 750.000 richieste di finanziamenti raccolte tra settembre 2023 e agosto 2025, in totale sono stati erogati oltre 370 milioni di euro in prestiti personali per pagare le spese legate a scuola, università e formazione, circa il 15% in più rispetto all’anno precedente.
Chi ha presentato domanda di finanziamento per coprire questi i costi ha puntato a ottenere in media 6.916 euro, un valore in aumento del 3% su base annua.

All’istruzione non si rinuncia

Dati interessanti emergono analizzando l’età dei richiedenti: chi ha presentato domanda per questo tipo di finanziamento aveva, all’atto della firma, in media 38 anni e mezzo, ma una richiesta su 3 è arrivata da un under30.
Da notare anche che l’età di chi cerca di ottenere un finanziamento per lo studio è nettamente inferiore rispetto a quella di chi ha presentato domanda di prestito per altre finalità (43 anni e mezzo).

“Studiare ha un costo che può diventare significativo, soprattutto per chi deve affrontare un percorso universitario o post laurea – spiegano gli esperti di Facile.it -. Strumenti come quello del prestito personale sono importanti perché danno ai consumatori la possibilità di pianificare la spesa in modo consapevole, facendola pesare il meno possibile sul budget mensile, ma senza dovervi rinunciare”.

Il 45% delle richiedenti è donna

“Il fatto che i giovani investano sullo studio anche attraverso un prestito personale può essere letto positivamente – continuano gli esperti -. Da un lato significa che le nuove generazioni non sono disposte a rinunciare alla propria formazione, dall’altro è sinonimo di una maggiore consapevolezza sulle opportunità offerte dal settore del credito al consumo”.

Un altro dato significativo è legato al sesso del richiedente. I prestiti per lo studio si confermano una delle tipologie di finanziamento più richieste dalle donne, tanto è vero che nell’ultimo anno quasi 1 domanda su 2 di prestito per lo studio faceva capo al campione femminile (45%).

Un master tutto per sé

Si tratta di un valore estremamente elevato, se si considera che guardando alla totalità di domande per prestiti personali, più del 70% delle richieste vengono presentate degli uomini.

“Una percentuale così alta di richiedenti donne – confermano ancora da Facile.it – non è legata solo al fatto che si pensi all’istruzione dei figli, ma anche al fatto che sovente le donne paghino da sé master o corsi di specializzazione post universitari, ad esempio, per rientrare nel modo del lavoro con ancora più qualifiche dopo una maternità”.

Le novità normative e l’aggiornamento DVR: resta al passo con la legge

Quello della sicurezza sul lavoro è un ambito regolamentato da norme che vengono costantemente aggiornate per rispondere alle nuove esigenze del mondo del lavoro. Il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è lo strumento che ogni azienda deve redigere per analizzare e gestire i rischi specifici della propria attività.

Molti considerano la compilazione del DVR un’operazione da svolgersi una sola volta, ma la sua validità e utilità sono legate alla sua capacità di rimanere aggiornato. Non adeguarsi ai cambiamenti normativi e operativi può esporre l’impresa a sanzioni e, cosa ancora più importante, a pericoli concreti per i lavoratori.

Infatti, ignorare gli aggiornamenti significa mettere a rischio la sicurezza dei dipendenti e la solidità dell’azienda. Un DVR non aggiornato può contenere ad esempio valutazioni superate e misure di prevenzione obsolete, rendendo l’intera struttura di sicurezza inefficace.

Di conseguenza, l’azienda si trova in una posizione di vulnerabilità, non solo di fronte a ispezioni, ma anche rispetto a potenziali incidenti.

L’obbligo di aggiornamento secondo la legge

Il Decreto Legislativo 81/08 stabilisce in modo preciso quando e come debba essere effettuato l’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi. La norma non si limita a richiedere la sua stesura, ma ne impone la revisione in determinate circostanze.

Tra queste, la più comune è il verificarsi di un’evoluzione significativa nei processi lavorativi. L’introduzione di una nuova linea di produzione, l’utilizzo di sostanze chimiche diverse o l’adozione di un nuovo tipo di macchinario sono tutti fattori che rendono obbligatoria la revisione.

Inoltre, il DVR deve essere aggiornato a seguito di infortuni o incidenti che abbiano provocato conseguenze rilevanti. Un evento negativo è un chiaro segnale che le misure di sicurezza attuali potrebbero non essere sufficienti.

Le novità normative più recenti

Il panorama legislativo in materia di sicurezza sul lavoro è dinamico, e periodicamente vengono introdotte nuove disposizioni o modifiche alle leggi esistenti. Queste novità possono riguardare aspetti specifici come la gestione dei rischi psicosociali, l’esposizione a nuove sostanze o i rischi legati all’uso di determinate tecnologie.

È responsabilità del datore di lavoro e degli addetti alla sicurezza rimanere informati su questi cambiamenti e integrare le nuove disposizioni nel proprio DVR.

Un esempio di recente attenzione legislativa è rivolto ai rischi legati allo smart working. L’aumento del lavoro da remoto ha reso necessario un aggiornamento delle valutazioni dei rischi anche per i dipendenti che non operano in sede.

I vantaggi di un DVR costantemente aggiornato

Mantenere il DVR costantemente aggiornato offre benefici che vanno oltre la semplice conformità legale. Un documento che riflette la situazione attuale dell’azienda è uno strumento efficace per la prevenzione.

Esso permette infatti di identificare tempestivamente nuovi pericoli e di adottare le misure protettive adeguate prima che si verifichino incidenti.

Un DVR curato e completo migliora anche l’immagine aziendale e la percezione di serietà da parte di dipendenti, clienti e partner.

Come procedere con la revisione

La revisione del DVR è un processo sistematico che richiede precisione.

Il primo passo è l’analisi delle modifiche che si sono verificate in azienda, sia a livello strutturale che organizzativo. È importante coinvolgere tutte le figure professionali designate, come il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e il medico competente, che possono fornire un contributo prezioso.

Dopo aver identificato i cambiamenti, si procede con l’aggiornamento delle sezioni pertinenti del documento. Si integrano le nuove valutazioni dei rischi e si ridefiniscono le misure di prevenzione e protezione necessarie.

Tutto il processo di aggiornamento DVR deve essere documentato in modo chiaro, indicando le motivazioni e le date della revisione.

La cultura della sicurezza come investimento

Considerare l’aggiornamento del DVR un investimento per la salute e la sicurezza dei lavoratori è l’approccio migliore per un’azienda moderna. Non è un semplice onere, ma un’attività che contribuisce a costruire una vera cultura della sicurezza.

Mantenere sempre attuale questo documento permette di avere un sistema di gestione della sicurezza efficace e affidabile. Ciò non solo protegge l’azienda da sanzioni, ma assicura un ambiente di lavoro più sano e sicuro, a beneficio di tutti.

Volontariato in Italia: meno persone coinvolte, ma più “impegnate”

Volontariato in Italia: meno persone coinvolte, ma più “impegnate”

L’impegno civico, sociale e solidale è da sempre uno dei caposaldi dell’Italia. Proprio per esplorare questo settore così importante per il nostro Paese, l’Istat ha condotto un’analisi approfondita con tutti i numeri del comparto fio al 2023.

Il dato principale è che il numero complessivo di volontari ha subito un calo generalizzato, mentre aumenta chi si impegna su più fronti. 

Il 9,1% della popolazione svolge attività di volontariato 

Nel 2023, circa 4,7 milioni di italiani con più di 15 anni hanno svolto attività di volontariato, pari al 9,1% della popolazione. Si tratta di una decisa flessione rispetto al 2013, quando la quota era del 12,7%.

Cresce però il numero di persone attive sia in ambito organizzato, tramite associazioni, sia in forma autonoma, offrendo aiuto diretto: oggi sono oltre un milione, più del doppio rispetto a dieci anni fa.

Più volontari nei settori della cultura e dell’ambiente

Il volontariato strutturato trova nuovo slancio in ambiti come cultura e tempo libero, assistenza sociale, protezione civile e tutela ambientale. In calo, invece, l’impegno nel settore religioso, sportivo e sanitario.

Diminuisce anche chi presta aiuto diretto a persone conosciute, mentre cresce il supporto a favore della collettività e dell’ambiente.

Nord più attivo del Sud

Il coinvolgimento è più alto nel Nord-est, dove il 9,1% partecipa al volontariato organizzato e il 6,2% offre aiuti diretti. Il Mezzogiorno registra invece i tassi più bassi. Rispetto al 2013, la partecipazione cala in tutte le aree, con una tenuta maggiore nel Nord rispetto al Centro e al Sud.

Le donne più propense ad “aiutare” 

Uomini e donne si distribuiscono in modo simile tra le varie forme di volontariato, ma con leggere differenze: gli uomini sono più presenti nelle attività organizzate, mentre le donne tendono a offrire più spesso aiuti diretti. Il calo rispetto al 2013 è stato più marcato tra gli uomini.

Adulto ed istruito: il profilo del volontario 

Chi ha un titolo di studio elevato partecipa di più, ma anche tra laureati e diplomati si osserva un calo generalizzato. I giovani mostrano un progressivo disimpegno, mentre le fasce più anziane restano stabili e rappresentano oggi la colonna portante del volontariato italiano.

I pensionati si confermano infatti i più attivi all’interno del terzo settore, mentre appare decisamente più debole la partecipazione di studenti e casalinghe. Gli over 65 restano protagonisti silenziosi ma fondamentali dell’impegno civico quotidiano.

Lunga vita o vita di qualità? Come cambia nel mondo la percezione su salute, invecchiamento e famiglia

Lunga vita o vita di qualità? Come cambia nel mondo la percezione su salute, invecchiamento e famiglia

E’ più importante vivere bene o vivere a lungo? La domanda, apparentemente semplice, ha invece Division i cittadini del mondo, che sul tema hanno percezioni e aspettative molto diverse. Lo ha evidenziato la ricerca internazionale promossa da WIN – Worldwide Independent Network of Market Research, condotta su un campione di 35.515 persone in 40 Paesi.

L’analisi regala una panoramica molto interessante su come le popolazioni di diverse culture stiano rivalutando valori e aspettative legati all’età, al benessere e alla famiglia. In Italia, il sondaggio è stato curato da Doxa.

Al primo posto c’è il benessere 

Vivere bene è più importante che vivere a lungo: ne è convinto oltre la metà (per la precisione il 59%)del campione intervistato. Questo approccio diventa più marcato con l’avanzare dell’età – raggiunge il 62% tra gli over 65 – e cresce con il livello d’istruzione. Tra chi crede in questo teorema, a livello geografico le percentuali più alte si registrano in Paraguay, Turchia e India.

In fondo alla classifica ci sono invece Polonia, Costa d’Avorio, Francia e Giappone. L’Italia si piazza nella parte bassa della graduatoria, con il 54%.

Vecchiaia, per molti è ancora un argomento tabù

Anche se a livello mondiale cresce l’attenzione al concetto di benessere, soltanto il 35% delle persone ha già messo in atto strategie per affrontare la propria vecchiaia, come la pianificazione finanziaria o la definizione anticipata di scelte sanitarie.

Tra i più previdenti ci sono i popoli di Indonesia, Cina e India. Situazione opposta in Giappone e Francia, dove solo una minoranza dichiara di preparasi al futuro. L’Italia si attesta al 25° posto, con appena il 29% degli intervistati attivi in questo senso.

La metà degli intervistati pensa a un futuro in salute

A livello globale, il 46% delle persone si dice fiducioso di poter vivere a lungo mantenendosi in una buona salute. Questo ottimismo però scricchiola un po’ con l’età e, in modo controintuitivo, anche con l’aumento dell’istruzione.

I più fiduciosi vivono in Thailandia, Indonesia e Vietnam. In Giappone e Corea del Sud, al contrario, l’ottimismo è ai minimi termini. E l’Italia? Si colloca nella fascia intermedia, con il 19% di cittadini positivi.

Tecnologia e medicina: le basi per un domani sereno

Quattro persone su dieci credono che i progressi della scienza e dell’innovazione tecnologica possano realmente prolungare la vita nei prossimi decenni. La fiducia è particolarmente alta in Cina, Messico e India. Anche in Italia c’è una buona fiducia nei confronti di tale prospettiva: il 49% degli intervistati si dice favorevole a questa visione.

Essere genitori? Una scelta difficile

La ricerca esplora un altro argomento molto interessante, la genitorialità. A livello mondiale, il 16% della popolazione non ha figli e non desidera averne. La percentuale cresce tra i giovani adulti e tra le donne, in particolare quelle con titoli di studio elevati. In Thailandia, questa scelta è particolarmente diffusa: il 38% delle donne e il 36% degli uomini non desidera diventare genitore.

All’opposto, in Paesi come Vietnam e Costa d’Avorio, l’idea di non avere figli è ancora poco presente.

Birra: il comfort drink ideale per ogni stagione, non solo l’estate

Birra: il comfort drink ideale per ogni stagione, non solo l’estate

La birra è un vero comfort drink trasversale, amato da tutte le generazioni, in ogni stagione e situazione. Se il 97% della GenX e il 95% dei Millennials la consuma principalmente tra le mura domestiche, per il 44% della Gen X il beer pairing, l’abbinamento cibo-birra, migliora l’esperienza culinaria.
Il sapore resta il principale driver di scelta, ma cresce l’interesse verso le versioni low o no alcol: circa l’80% di tutti i gruppi generazionali le conosce.

E se la GenZ è la meno sensibile alla differenza di gusto (45%), per il 90% in generale salubrità e convenienza sono le motivazioni fondamentali nella scelta, e per l’89% la spinta principale è il desiderio di scoprire birre nuove.
Lo ha scoperto l’indagine realizzata da Doxa per il Centro Informazione Birra (CIB) 2024 di AssoBirra.

In viaggio con una bionda tra relax e scoperta

Estate o inverno, la birra accompagna sempre le vacanze degli italiani. Non sorprende che sia la GenX quella più affezionata al consumo vacanziero: il 41% in ferie beve birra quotidianamente (32% Millennials, 21% GenZ).
Oltre ai classici mare, concerti e festival, a crescere sono stati gli eventi enogastronomici (+63%) e il turismo identitario, alla scoperta delle tradizioni locali.

Le esperienze legate alla birra sono sempre più apprezzate. Il 60% degli italiani ha partecipato almeno una volta a un festival della birra, il 53% della GenZ ha scelto una vacanza a tema birra con degustazioni locali, e il 33% del totale ha visitato un birrificio storico.

Perfetta anche per una serata invernale sul divano

La classifica delle birre più amate vede in testa le Lager (50%), seguite da Pilsner (45%, GenX), Blanche (35%, Millennials), IPA (30%, GenZ).
E chi ha detto che la birra sia solo per l’estate? Anche quando le giornate si accorciano e il freddo invita a restare a casa, gli italiani si rifugiano nel calore del proprio nido. È il tempo del cocooning, dei soft pleasure, dei piaceri semplici da godere in solitudine o in compagnia. E la birra è considerata perfetta per una serata sul divano davanti a una serie TV (49%), soprattutto dai Millennials, o per una chiacchierata accanto al camino (29%) o in terrazza (26%)

Per un italiano su tre la birra amplifica il piacere di questi momenti (37% GenX). Il compagno ideale per questi momenti? Per il 63% degli italiani è il proprio partner, con un picco del 68% tra i Millennials.

Il bullismo invisibile: giovanissimi tra soprusi, solitudine e web

Il bullismo invisibile: giovanissimi tra soprusi, solitudine e web

Le relazioni sono complicate a qualsiasi età, ma fra i giovanissimi le dinamiche possono trasformarsi in esperienze anche molto dolorose. Sempre più spesso, ragazzi e ragazze si trovano a fare i conti con episodi di prevaricazione, che prendono la forma di insulti, esclusione sociale, minacce o violenze psicologiche. Questo è il volto del bullismo, un fenomeno che non conosce confini e si manifesta con insistenza, sia nella realtà che online.

Una recente indagine dell’ISTAT, condotta su oltre 39.000 giovani tra gli 11 e i 19 anni, ha messo in luce quanto il problema sia diffuso. Quasi 7 ragazzi su 10 dichiarano di aver vissuto, almeno una volta nell’ultimo anno, esperienze spiacevoli, offensive o umilianti. E per circa 1 su 5 queste azioni sono ricorrenti, accadendo più volte al mese.

Nord e Sud: un’Italia divisa anche nel bullismo

Le differenze geografiche sono evidenti. Mentre nel Mezzogiorno si registrano percentuali più alte di giovani che non hanno mai subito episodi di bullismo, nel Nord Italia la frequenza di episodi ripetuti è maggiore: in particolare nel Nord-Est, dove il 22% dei ragazzi è coinvolto in situazioni di sopraffazione continuativa.

Bullismo diretto e indiretto: cambiano le forme, non il dolore

Le modalità con cui si manifesta il bullismo variano. C’è quello diretto, fatto di insulti, minacce e aggressioni fisiche, e quello indiretto, più subdolo, che si esprime attraverso l’esclusione o la diffamazione. I dati parlano chiaro: oltre il 55% dei giovani ha ricevuto insulti verbali, mentre il 43% si è sentito emarginato. Le femmine sono più spesso vittime di esclusione, mentre i maschi subiscono più offese e aggressioni fisiche.

Cyberbullismo: il volto digitale del fenomeno 

Con l’uso massiccio della rete tra gli adolescenti – oltre il 90% è connesso quotidianamente – il bullismo ha trovato un nuovo canale: il web. Il cyberbullismo, fatto di insulti sui social, messaggi umilianti o contenuti offensivi condivisi online, ha colpito circa un terzo dei giovani italiani.
I maschi risultano i più esposti, con quasi il 9% che denuncia episodi ripetuti di molestie online.

Famiglie, scuole e istituzioni devono agire

Il bullismo – fisico o digitale – non è un fatto privato. È una questione collettiva che chiama in causa educatori, genitori e istituzioni. Capire il fenomeno, parlarne e agire in modo concreto è oggi più che mai urgente.