L’impatto ambientale della digitalizzazione bancaria secondo gli italiani

L’impatto ambientale della digitalizzazione bancaria secondo gli italiani

Il 31% degli italiani ritiene che la digitalizzazione delle banche abbia un impatto ambientale inferiore rispetto a quello dei servizi tradizionali. Ma permane una certa dose di scetticismo. Lo rivela la survey sulla percezione dell’impatto ambientale della digitalizzazione bancaria condotta da BVA Doxa.

Oggi, gli italiani guardano alla sostenibilità ambientale con crescente scetticismo, poiché si aspettano azioni concrete e immediate per poter credere davvero nei cambiamenti promossi dai brand.
Infatti, il 53% degli intervistati è convinto che i processi digitali contribuiscano all’inquinamento, evidenziando una certa diffidenza verso la sostenibilità delle tecnologie adottate.

Obiettivo: dimostrare concretamente i vantaggi della trasformazione digitale

La ricerca di BWA Doxa, condotta tra il 15 e il 25 settembre 2024 su un campione 1000 intervistati, è stata presentata durante il Forum Banca organizzato da IKN. Un punto chiave emerso durante il Forum è stato proprio l’impatto ambientale delle infrastrutture tecnologiche utilizzate dalle banche.

La digitalizzazione, in realtà, consente di ridurre l’uso di risorse come carta, acqua e toner, e limita gli spostamenti, diminuendo così le emissioni di CO2.
Le banche, quindi, dovranno lavorare per migliorare la percezione del pubblico su questi temi e dimostrare concretamente i vantaggi della trasformazione digitale in ottica ambientale.

I settori più inquinanti? Energia, trasporti, manifattura. Banche e finanza all’ultimo posto

Secondo la ricerca, tra i diversi settori industriali, è il settore energetico a emergere come il più inquinante, indicato dal 42% degli intervistati.
Seguono il settore dei trasporti, indicato dal 23%, e quello industriale e manifatturiero, con un 22% di chi lo considera inquinante.

In fondo alla classifica si trova il settore finanziario e bancario, percepito dala maggior parte come poco inquinante, con solo il 2% degli intervistati che lo ritiene il più inquinante.
Di fatto, però, la percezione dell’impatto ambientale della digitalizzazione bancaria solleva interrogativi significativi.

Ma l’impatto sull’ambiente viene considerato simile a quello dei servizi tradizionali

Tanto che quando si chiede agli italiani di valutare l’impatto ambientale delle infrastrutture tecnologiche utilizzate dalle banche, come server, data center e cloud computing, solo l’11% ritiene che sia basso.
Al contrario, una maggioranza significativa, pari al 49%, considera questo impatto moderato o alto.

Inoltre, il 42% degli intervistati ritiene che i processi di digitalizzazione bancaria contribuiscano molto o moderatamente all’inquinamento ambientale.
E quando si confronta l’impatto ambientale complessivo della digitalizzazione bancaria rispetto ai servizi tradizionali, emerge che il 31% degli intervistati considera l’impatto della digitalizzazione simile a quello dei servizi tradizionali.

Spesa: l’italianità e le regioni entrano nel carrello dei consumatori

Spesa: l’italianità e le regioni entrano nel carrello dei consumatori

È quanto emerge dalla analisi del quindicesimo Osservatorio Immagino di GS1 Italy: nel canale dei supermercati e ipermercati l’ampio paniere dei 26.516 prodotti che richiamano la loro italianità in etichetta nel 2023 ha perso il 4,5% dei volumi rispetto all’anno precedente. Al contrario, il loro giro d’affari è cresciuto del +7,4%, superando gli 11,3 miliardi di euro.

Sembra che sugli scaffali della GDO i tagli alle vendite non stiano risparmiando nemmeno i prodotti alimentari Made in Italy, Tuttavia, i prodotti che riportano on-pack un claim relativo alla loro italianità, come, ad esempio, ‘100% italiano’ o ‘prodotto in Italia’, o ancora, un’indicazione geografica europea o l’immagine della bandiera italiana, restano i principali protagonisti del carrello della spesa.

Dalla bandiera tricolore al bollino Dop

In pratica, i prodotti che hanno in etichetta un claim che richiama il ‘made in Italy’ rappresentano il 27,7% delle oltre 139 mila referenze analizzate dall’Osservatorio Immagino, e contribuiscono per il 28,3% al giro d’affari totale di supermercati e ipermercati.

Se l’indicatore di italianità più utilizzato è la bandiera tricolore, presente su 15.433 prodotti, quello con la maggiore crescita annua è il bollino Dop, che ha messo a segno un +9,1% rispetto al 2022, arrivando a 716 milioni di euro di sell-out, ed è anche l’unico degli otto claim monitorati ad aver registrato un aumento delle vendite in volume (+1,6%).

Nel “paniere regionale” crescono a doppia cifra Molise, Puglia, Sardegna, Valle d’Aosta e Basilicata 

Italiani sì, ma anche regionali: sono 10.420 i prodotti alimentari venduti in supermercati e ipermercati sulle cui confezioni è indicata la regione di riferimento. Nel 2023 quest’affollato paniere ha registrato un +5,2% a valore (superando i 3 miliardi di euro) e un -3,7% a volume.

Tutti i panieri regionali hanno aumentato il loro giro d’affari, con crescite a doppia cifra per Molise (+17,3%), Puglia, Sardegna, Valle d’Aosta e Basilicata. Di queste, Molise, Basilicata, Valle d’Aosta e Puglia hanno accresciuto anche le vendite a volume.

Sul podio per fatturato si confermano Trentino-Alto Adige, Sicilia e Piemonte

Per quanto riguarda il fatturato totale, la classifica delle regioni in etichetta vede confermato il podio dell’anno precedente. Al primo posto ancora il Trentino-Alto Adige, con oltre 406 milioni di euro di giro d’affari, seconda posizione er la Sicilia e terza per il Piemonte.

L’analisi dettagliata dell’italianità e la classifica completa delle regioni in etichetta sono disponibili nella quindicesima edizione dell’Osservatorio Immagino, scaricabile gratuitamente dal sito osservatorioimmagino.it.

Estate 2024: il decalogo delle vacanze green in montagna

Estate 2024: il decalogo delle vacanze green in montagna

Che si scelga un’escursione in montagna o un’avventura immersi nelle foreste o nei parchi, ci sono semplici, ma importanti, regole da seguire.
Per questo motivo, Levissima, insieme a Fondo Forestale Italiano, ha stilato un Decalogo per vivere la propria vacanza green in sicurezza e rispettando l’ambiente.
La vacanza green è entrata stabilmente nelle abitudini dei vacanzieri italiani, e nonostante il mare rimanga la destinazione prediletta (72%) tra le mete più gettonate cresce la preferenza per la montagna (25%).

Oltre alla maggiore consapevolezza ambientale, la montagna attrae i vacanzieri per la capacità di offrire un contatto diretto con la natura incontaminata e i paesaggi mozzafiato.

Non abbandonare i rifiuti e seguire i sentieri segnalati

Regola numero uno: non abbandonare i rifiuti che inquinano l’ambiente e mettono in pericolo la fauna locale. È fondamentale ricordare che il peggior nemico della foresta è il fuoco: abbandonare rifiuti non solo costituisce un rischio per la salute in caso di incendio, ma può anche alimentare o innescare i fuochi stessi.

Rispettare le foreste significa rispettare ogni elemento e preservarne la biodiversità. Seguire sempre i sentieri segnalati per limitare i danni alla vegetazione e proteggere l’habitat degli animali.
Infatti, non seguire i sentieri può danneggiare l’habitat di alcune specie animali, compromettendo il loro rifugio e le fonti di cibo. 

Non raccogliere fiori e non disturbare gli animali

Strappare fiori o danneggiare la vegetazione può avere un impatto negativo sull’ecosistema, privando gli animali del loro nutrimento. Inoltre, gli animali sono particolarmente sensibili ai suoni e possono essere spaventati o disorientati dal rumore improvviso.

Allo stesso tempo, andare in montagna per ascoltare i suoni del bosco ha un effetto benefico per la mente e rilassa, favorendo una connessione profonda con la natura e migliorando lo stato d’animo.
Ma oltre alle regole riguardanti il rispetto della natura, Levissima pone l’accento anche su azioni che riguardano la salute personale.

Indossare abbigliamento adeguato

È consigliabile idratarsi in modo continuativo, a intervalli di circa 30 minuti. Ed è bene fare soste ogni ora circa mangiando qualcosa di leggero e in piccole porzioni. Indossare calzature e vestiti adatti in montagna aiuta a proteggersi dai graffi e dalla folta vegetazione. Inoltre, la crema solare va sempre applicata prima di partire al mattino e rinnovata durante la giornata, soprattutto se si suda molto. È importante usare sempre occhiali da sole, cappello o bandana e coprire anche le orecchie e il collo.
Immergersi nella natura apporta numerosi benefici, sia fisici sia emotivi. Prestare attenzione ad alcuni piccoli dettagli può davvero fare la differenza nel rendere l’esperienza ancora più piacevole e rigenerante.

Paure legate alle vacanze: furti in casa e maltempo le più diffuse 

Paure legate alle vacanze: furti in casa e maltempo le più diffuse 

Quasi 28 milioni di italiani, più di 6 su 10, temono di subire un furto durante l’assenza da casa per le ferie. Il timore numero uno, la paura dei furti, è più diffusa tra i giovani (74% tra 25 e 34 anni) e tra i residenti del Nord Est (69%). Curiosamente, è un timore radicato sia nei grandi centri abitati (72%) sia nei piccoli comuni con meno di 10.000 abitanti (67%).
D’altronde, secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Bilendi, ogni anno in Italia sono più di 133mila i furti in appartamento, e il periodo estivo è uno dei più critici.
Eppure, nonostante questi dati, ancora pochi si tutelano con una polizza casa contro i furti: appena il 20% di chi partirà per le vacanze.

Il timore di subire danni da eventi atmosferici

Al secondo posto nella lista delle preoccupazioni di chi lascia l’abitazione per andare in vacanza, c’è il maltempo. Il 33% degli intervistati ha dichiarato di avere paura che durante l’assenza l’appartamento possa subire danni causati da eventi atmosferici estremi, soprattutto i residenti nel Nord Est (47%).
Perdite idriche e fughe di gas, invece, impensieriscono rispettivamente il 23% e il 17% dei vacanzieri.

L’ultima preoccupazione in classifica è quella di partire dimenticandosi luci o altri elettrodomestici accesi. Un timore che accomuna ‘appena’ 6 milioni di italiani.
Otto italiani su 10 hanno però dichiarato di aver intenzione di adottare alcune strategie per ridurre al mimino i rischi.

Vicini o sistemi di videosorveglianza?

La strategia più comune è quella di affidare la sicurezza della propria abitazione a vicini di casa o familiari, che vengono arruolati per controllare periodicamente l’immobile (45%). Una prassi diffusa maggiormente nei piccoli comuni (54%) e tra gli over 65 (48%).
I vicini di casa, nel 17% dei casi, vengono ‘ingaggiati’ anche per svuotare regolarmente la cassetta della posta, per ridurre al minimo i segnali di assenza prolungata da casa.
Circa 16,5 milioni di viaggiatori hanno invece deciso di affidarsi a sistemi di antintrusione: grate antieffrazione (14%) o un sistema di videosorveglianza (27%). Il 5%, invece, si affida alla sorveglianza privata.

C’è chi teme di lasciare le luci accese e chi lo fa apposta

Se milioni di italiani hanno paura di partire per le vacanze dimenticando la luce accesa, c’è chi, invece, lo fa appositamente per scoraggiare eventuali topi da appartamento (6,2%). Poco meno, il 3,3%, lascia accese TV o radio per mascherare l’assenza da casa. Un buon sistema per ridurre al minimo i segnali che la casa sia rimasta vuota per un periodo di tempo prolungato.

Se si vuole simulare la presenza in casa senza spendere un capitale in elettricità, esistono apparecchi che consentono di programmare l’accessione delle luci. Sarà più credibile agli occhi di potenziali ladri e meno oneroso in bolletta. 

Digital Decay: la memoria collettiva digitale è in pericolo 

Digital Decay: la memoria collettiva digitale è in pericolo 

A partire da ottobre 2023, un quarto di tutte le pagine web esistenti tra il 2013 e il 2023 non è più accessibile. Nella maggior parte dei casi è dovuto al fatto che una singola pagina è stata cancellata o rimossa da un sito web funzionante.
Per i contenuti più vecchi, questa tendenza è ancora più forte. Circa il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 oggi non sono disponibili, al contrario, solo l’8% delle pagine create nel 2023 ha subito lo stesso destino, suggerendo una possibile evoluzione nelle tecnologie o nelle strategie di conservazione web.

È il fenomeno del digital decay, il cosiddetto decadimento digitale che si verifica in differenti ambiti online.
Internet è un archivio inimmaginabilmente vasto, con centinaia di miliardi di pagine web indicizzate. Ma un enorme numero di news e contenuti sta lentamente scomparendo dal web. 

Collegamenti interrotti

Il Pew Research Center di Washington ha esaminato un campione rappresentativo di pagine web esistite negli ultimi dieci anni per verificare quante siano ancora accessibili oggi.
Lo studio del Pew Research Center ha esaminato i collegamenti che compaiono sui siti web governativi e di notizie, nonché nella sezione ‘Riferimenti’ delle pagine di Wikipedia a partire dalla primavera 2023.

Quest’analisi ha rilevato che il 23% delle pagine web di notizie contiene almeno un collegamento interrotto, così come il 21% di pagine web da siti governativi. E il 54% delle pagine di Wikipedia contiene almeno un collegamento nella sezione Riferimenti che punta a una pagina che non esiste più.

Tweet cancellati

Durante la primavera del 2023 sulla piattaforma di social media X (nota come Twitter) è stato raccolto un campione di tweet in tempo reale e monitorato per i successivi tre mesi. Di questo campione quasi un tweet su cinque non era più visibile pubblicamente sul sito pochi mesi dopo essere stato pubblicato.

Nel 60% di questi casi, l’account che originariamente aveva pubblicato il tweet è stato reso privato, sospeso o cancellato del tutto. Nel restante 40% il titolare dell’account ha cancellato il singolo tweet, anche se l’account esiste ancora.

Ma quanto durano i contenuti digitali?

Oltre il 40% dei tweet scritti in turco o arabo non sono più visibili sul sito entro tre mesi dalla pubblicazione. E i tweet provenienti da account con le impostazioni predefinite del profilo hanno maggiori probabilità di scomparire dalla vista del pubblico.
Secondo il Pew Research Center, riporta Adnkronos, questi risultati sottolineano l’importanza di sviluppare strategie più robuste per la conservazione dei contenuti digitali, specialmente considerando il loro ruolo fondamentale come depositari della storia moderna e come risorse educative e informative.

Il fenomeno del digital decay pone sfide significative per l’archiviazione digitale e la memoria collettiva online, spingendo a riflessioni sulla durabilità e l’accessibilità a lungo termine dei contenuti digitali.

GenZ e Millenial: cosa pensano di AI generativa, lavoro, climate change

GenZ e Millenial: cosa pensano di AI generativa, lavoro, climate change

La ricerca globale Deloitte 2024 ‘GenZ e Millennial Survey’ offre un’analisi approfondita di percezioni e aspettative dei giovani di 44 Paesi in merito all’Intelligenza artificiale generativa, il cambiamento climatico e il caro vita.
Interrogati su quali emozioni susciti in loro la Generative AI, il 29% dei GenZ esprime ‘incertezza’, il 28% ‘fascinazione’ e il 22% ‘eccitazione’.
Più tiepido il giudizio dei Millennial, per il 33% ‘incerti’, 21% ‘affascinati’ e 17% ‘confusi’.

Ancora poco sfruttata sul lavoro la GenAI è percepita in maniera diversa tra chi la utilizza molto e chi non ha grande dimestichezza con questa novità. Intervistati sulle sue potenziali applicazioni, secondo il 47% della GenZ e il 39% dei Millennial questa innovazione può aiutare a ‘liberare tempo e migliorare il work-life balance’. 

AI generativa

Ma oltre ai vantaggi emergono anche alcuni timori. Il 46% dei GenZ e il 41% dei Millennial pensa che la GenAI potrebbe ‘richiedere una riqualificazione professionale e impattare sulle decisioni di carriera’, mentre il 55% della GenZ e il 52% dei Millennial pensa che la GenAI potrebbe ‘causare l’eliminazione di posti di lavoro’.

Inoltre, meno della metà dei giovani (il 43% della GenZ e il 34% dei Millennial) pensa che il proprio datore di lavoro li stia adeguatamente formando sulle potenzialità, sui vantaggi e sul valore della GenAI.

Si consolidano i trend su lavoro e inflazione 

Per GenZ e Millennial il work-life balance, la salute mentale e la possibilità di lavorare da remoto sono ormai considerati priorità nella scelta del lavoro.
Grande importanza è attribuita anche al ‘purpose’,  l’insieme di valori che caratterizzano l’azienda di cui si fa parte e che danno al professionista ‘un senso’ al di là della retribuzione economica.
Per i giovani il ‘purpose’ ha un valore e un ruolo molto più significativo di quello che veniva attribuito dalle generazioni precedenti.

Ma gli intervistati italiani, e in particolare i Millennial, risultano meno ottimisti riguardo alla situazione economica e sociale rispetto allo scorso anno. Solo il 16% della GenZ e l’11% dei Millennial prevede un miglioramento della situazione economica generale.
Anzi, in continuità con l’anno passato, la prima preoccupazione per GenZ e Millennial è il costo della vita (35% GenZ e 43% Millennial).

La sfida ambientale resta prioritaria

Rimane prioritaria anche la sfida del cambiamento climatico (33% GenZ e 32% Millennial) e quella della disoccupazione (21% GenZ e 20% Millennial).
Ma se i giovani italiani, in generale, sono meno ottimisti della media globale per quanto riguarda lo scenario economico e sociale, sull’ambiente, invece, risultano particolarmente fiduciosi riguardo alla possibilità di fare la differenza e di influenzare il resto della società.

Sull’ambiente, riporta Adnkronos, il 62% della GenZ e il 53% dei Millennial ritiene di avere un’influenza moderata o significativa. Così è anche per la salute mentale (60% GenZ, 49% Millennial) e l’uso etico della tecnologia (52% GenZ, 45% Millennial). Temi sui quali i giovani si sentono pronti a guidare il cambiamento.

Perchè gli animali sono (per ora) migliori dei robot?

Perchè gli animali sono (per ora) migliori dei robot?

“Funziona” meglio la natura o la tecnologia? Difficile dirlo, anche se la scienza sta facendo passi da gigante. Resta il fatto che la moderna robotica si è ispirata ampiamente al mondo animale, dando vita a una serie di macchine che imitano il comportamento degli esseri viventi. Dai cani robot che pattugliano gli stadi ai robot esplorativi, il panorama della robotica è popolato da una vasta gamma di creature meccanizzate. Tuttavia, nonostante i notevoli progressi tecnologici e gli ingenti investimenti nell’industria robotica, le macchine sono ancora meno performanti rispetto ai loro equivalenti biologici.

Lo studio che ha messo a confronto natura e robotica

Un nuovo studio pubblicato su Science Robotics ha esaminato cinque diversi “sottosistemi” associati alla corsa, confrontando il comportamento degli animali con quello dei robot. Pur essendo le macchine superiori in molti aspetti individuali, gli animali si distinguono per il controllo complesso e interconnesso dei loro corpi, il che li rende più abili nell’affrontare gli ostacoli. Ed è questa la ragione per cui, a oggi, gli animali corrono “meglio” dei loro omologhi 

Biologia versus ingegneria: la sfida dell’integrazione

I ricercatori hanno scoperto che, sebbene i robot possano vantare componenti individuali più forti, gli animali sono in grado di farli funzionare insieme in modo più efficace e armonioso. Questa fluidità e adattabilità degli animali emergono chiaramente quando vengono confrontati con i robot in ambienti reali. “Il modo in cui le cose si sono rivelate è che, con solo piccole eccezioni, i sottosistemi ingegneristici hanno superato gli equivalenti biologici, e a volte li hanno superati radicalmente”, ha dichiarato Tom Libby, ingegnere ricercatore senior di SRI International e partner dello studio. “Ma è anche molto, molto chiaro che, se si confrontano gli animali con i robot a livello di intero sistema, in termini di movimento, gli animali sono sorprendenti e i robot devono ancora raggiungerli”, 

I vantaggi della vera evoluzione delle specie

Gli animali beneficiano di milioni di anni di evoluzione, che hanno affinato la loro resistenza, agilità e robustezza. I robot, d’altra parte, stanno solo iniziando a colmare il divario evolutivo, ma i progressi sono promettenti. Però, per ora, le meravigliose performance degli animali reali non sono replicabili.

Ottimismo per il futuro tecnologico

Nonostante il divario attuale, i ricercatori sono ottimisti sul futuro della robotica. Vedono nei risultati dello studio un’opportunità per concentrarsi sull’integrazione dei componenti esistenti anziché semplicemente migliorare l’hardware. Questa nuova prospettiva potrebbe accelerare lo sviluppo di robot più funzionali e versatili, aprendo la strada a un futuro in cui le macchine potrebbero superare gli animali in termini di prestazioni e adattabilità.

Stereotipi di genere, li vivono anche i giovanissimi

Stereotipi di genere, li vivono anche i giovanissimi

Nel contesto domestico, lavorativo e nel tempo libero, sia donne sia uomini sono ancora vincolati dalle limitazioni imposte da una cultura permeata dagli stereotipi di genere. Questi preconcetti influenzano le decisioni personali e familiari, e hanno una valenza significativa soprattutto tra le nuove generazioni. Questa è la conclusione emersa dalla seconda edizione dell’Osservatorio “Genere e Stereotipi”, promosso da Henkel Italia in collaborazione con Eumetra.

Una ricerca che coinvolge anche la GenZ

La ricerca, condotta su un campione di 2.000 individui tra i 18 e i 55 anni, appartenenti alla community online di DonnaD, Amica Fidata, ha mostrato un’analisi aggiornata rispetto al 2022. Inoltre, ha incluso un’indagine più approfondita sul modo in cui gli stereotipi di genere influenzano le scelte riguardanti l’istruzione, il lavoro, lo sport e il tempo libero, coinvolgendo 1.000 partecipanti reclutati tramite Online Access Panel, con 100 casi rappresentativi della GenZ (15-25 anni).

Dalla scuola al lavoro, percezioni diverse tra maschi e femmine

Secondo l’Osservatorio, il 73% delle donne ritiene che esistano scuole superiori e facoltà universitarie più adatte rispettivamente ai maschi e alle femmine, confrontato con il 73% degli uomini e il 63% dei giovani. Sul fronte lavorativo, il 56% delle donne percepisce una retribuzione più bassa rispetto ai colleghi maschi, mentre solo il 38% ritiene di ricevere uno stipendio equo. Le donne trovano ostacoli significativi nella conciliazione tra vita familiare e lavorativa, con il 33% che ha dovuto sacrificare la carriera per la famiglia.

La cura della casa? Ancora appannaggio delle donne

La ricerca evidenzia anche che le donne continuano a svolgere la maggior parte delle attività domestiche e la cura della famiglia, mentre gli uomini mantengono un ruolo predominante nelle decisioni finanziarie ed economiche. Questa disparità è spesso determinata dal contributo maggiore degli uomini al reddito familiare.

Le nuove generazioni più educate alla parità

Tuttavia, l’80% della GenZ ritiene che la gestione delle responsabilità familiari debba essere equamente condivisa. Gli stereotipi di genere influenzano anche le scelte educative dei figli, con una percentuale significativa di padri e madri che subiscono tale influenza, sebbene ci sia una crescente consapevolezza sull’importanza di educare i figli senza rigide distinzioni di genere.

Differenze anche nello sport

Per quanto riguarda lo sport e il tempo libero, le percezioni differiscono notevolmente tra uomini e donne su discipline considerate “maschili” o “femminili”. Questi risultati sottolineano la persistenza di stereotipi di genere radicati nella società.

Classifica delle migliori città d’Europa: Milano e Roma nella top ten

Classifica delle migliori città d’Europa: Milano e Roma nella top ten

Con il report “Europe’s Best Cities” la società di consulenza internazionale Resonance ha reso nota la graduatoria delle migliori città europee, passando al vaglio 180 luoghi attraverso una lente statistica che intreccia i dati di Tripadvisor, Google, Facebook e Instagram.

Si tratta di un elenco che comprende città stupende, note a tutti per la loro storica capacità attrattiva e per essere da sempre poli di transito di milioni di turisti ogni anno. Il podio è occupato da Londra, Parigi e Berlino, rispettivamente al primo, secondo e terzo posto, mentre il quarto posto è conquistato da Roma, la Capitale italiana. A chiudere la top ten è Milano, ma nella classifica sono entrate anche altre italiane: Napoli, che occupa il 26° posto, Firenze al 38°, Venezia al 57°, e poi Torino (88°) e Bologna (99°).

Vivibilità, amabilità, prosperità i tre criteri di valutazione

I tre criteri principali di valutazione dell’Europe’s Best Cities sono tre, vivibilità, amabilità, prosperità.
La prima, la vivibilità, valuta la qualità percepita degli ambienti naturali e urbanistici, la presenza di spazi verdi, piste ciclabili, monumenti. Questa categoria considera anche la matrice socioeconomica, cioè l’accessibilità degli affitti, il reddito familiare disponibile dei residenti e i fattori che attraggono talenti e aziende.

La seconda categoria valuta il livello di ‘vivacità’ e attrazioni (cultura, concerti, spettacoli, eventi) vita notturna, ristorazione, pub ecc.), mentre la terza, la prosperity, nasce a partire dal capitale umano (livello d’istruzione, partecipazione al lavoro, Pil pro capite). È il criterio che maggiormente tiene conto di una stima concreta della desiderabilità dello stile di vita.

Poco spazio alla sostenibilità

Nell’Europe’s Best Cities un piccolo spazio è stato dato anche al tema della sostenibilità.
Ad esempio, Madrid che occupa il 5° posto, è considerata la città dove l’investimento sulla sostenibilità ha visto progetti di rinascita importanti, mentre Copenaghen (28°) ha dimostrato un impegno nella sostenibilità già da diverso tempo, e Stoccarda ha più della metà della sua area dedicata allo spazio verde e pannelli solari che generano elettricità green.

Sono altre le classifiche redatte nel corso degli ultimi anni rispetto alle città più sostenibili. Ma una città che si possa reputare tale a 360 gradi merita davvero posti in alto in una classifica di Migliori città europee? Evidentemente no.

La sostenibilità non è ancora considerata un criterio di attrazione

I criteri con i quali si possono valutare le diverse città sono molteplici. Ma questi dati dimostrano che c’è ancora molta strada da fare per considerare la sostenibilità come un criterio di attrazione, e che spesso si prediligono città con un impegno minore nei confronti dell’inclusione e dell’ambiente. Ma che continuano a essere al centro di poli turistici internazionali,. Proprio come Roma e Milano.

Qual è impatto dell’inflazione sui redditi degli italiani?

Qual è impatto dell’inflazione sui redditi degli italiani?

Non è certo una sorpresa il fatto che l’inflazione abbia portato pesanti ripercussioni sui budget famigliari degli italiani. Ma a quanto ammonta il prezzo che i nostri connazionali hanno dovuto pagare? A questa domanda risponde la ricerca delle Acli intitolata “Povere famiglie. L’impatto dell’inflazione sui redditi degli italiani”. Lo studio, condotto dall’Osservatorio nazionale dei redditi e delle famiglie in collaborazione con il Caf Acli e l’Iref, rivela che le famiglie stanno perdendo in media 240 euro al mese.

L’Osservatorio, nato nel giugno del 2022, ha l’obiettivo di raccogliere dati periodici sulle famiglie per comprendere i loro bisogni e presentare proposte concrete al governo riguardo alle politiche familiari, economiche e sociali. L’ultima indagine, la terza, si basa su un panel di oltre 600.000 dichiarazioni dei redditi, anonime, seguite dal Caf Acli negli ultimi quattro anni.

Persi complessivamente 1,9 miliardi di euro di potere d’acquisto

Nel 2022, il 79% delle famiglie inserite nel panel ha perso potere d’acquisto a causa dell’inflazione. SI tratta di una perdita equivalente a 1,9 miliardi di euro in termini di reddito equivalente familiare. La perdita media di reddito familiare mensile è stata di 240 euro nel periodo 2019-2022. La ricerca sottolinea le disparità nel calo di disponibilità a seconda della tipologia familiare. Le famiglie bireddito senza carichi hanno subito una perdita media di 317 euro al mese, mentre le famiglie monoreddito con carichi e i vedovi con carichi hanno perso 150 euro al mese.

Persi da quattro a otto carrelli della spesa a famiglia

La perdita di potere d’acquisto viene espressa anche in termini di carrelli di spesa persi per beni primari alimentari. Ad esempio, le famiglie bireddito senza carichi hanno perso circa 8 carrelli annuali, pari a 700 euro. I separati/divorziati senza carichi ne hanno persi sei, così come i single e i componenti delle unioni di fatto. Le famiglie monoreddito e i vedovi hanno subito una perdita di quattro carrelli della spesa. L’inflazione ha anche contribuito ad aumentare il numero di famiglie entrate in povertà relativa. Tra il 2020 e il 2023, la percentuale di famiglie in questa condizione è passata dal 7,6% al 9,8%.

Le donne e gli anziani i più colpiti

L’analisi per genere evidenzia che le donne sono le più colpite, rappresentando il 58,1% delle famiglie sotto la soglia di povertà relativa. Nei quattro anni di dichiarazioni dei redditi prese in esame, le famiglie con dichiaranti donne hanno perso in media 2.767 euro, mentre gli uomini hanno subito una perdita di 2.518 euro. Allo stesso modo, “soffrono” anche le famiglie di anziani soli, costituendo l’11% del panel in povertà relativa. La perdita di reddito per questo gruppo è stata di circa 2.800 euro su un reddito familiare medio equivalente di 20.000 euro.

Le ripercussioni sui mutui

Infine, l’inflazione ha influito pesantemente anche sugli interessi sui mutui, con un aumento medio di circa 340 euro all’anno. Il 98% degli italiani che ha stipulato mutui dal 2020 in poi ha subito un aumento medio degli interessi di oltre 1.060 euro tra il 2020 e il 2022.