Riscaldamento domestico: mezzo grado fa la differenza. Anche sulla bolletta

Riscaldamento domestico: mezzo grado fa la differenza. Anche sulla bolletta

La temperatura media registrata nelle abitazioni italiane durante i mesi invernali risulta di 18,59°C, un valore sensibilmente inferiore rispetto alla media registrata nelle case dell’Europa Centrale e Orientale.
Se il confronto europeo evidenzia marcate disparità tra i diversi Paesi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indica proprio nei 18°C la temperatura di riferimento ideale per gli ambienti domestici invernali.

Sebbene l’talia sia tra i Paesi più vicini a questo target, lo scostamento di circa mezzo grado comporta un aumento stimato del 4,13% sulla bolletta, pari a circa 47,4 euro a stagione. Ma se mezzo grado di temperatura può fare la differenza in bolletta, un aiuto a evitare i rincari invernali arriva dalla domotica. Emerge da uno studio condotto da tado°.

Dall’Ungheria al Regno Unito il termostato varia di oltre 3°C 

Paesi come Ungheria, Slovacchia e Danimarca mantengono medie superiori ai 20°C, con un aggravio sui costi di riscaldamento che oscilla tra il 14% e il 15%. All’opposto Regno Unito, Paesi Bassi e Irlanda, dove le temperature interne scendono spesso sotto i 17°C, garantendo risparmi fino al 9% rispetto allo standard OMS.

La differenza tra i Paesi con le case più calde e quelli con in casa le temperature più rigide si traduce in un divario in bolletta di quasi 24 punti percentuali.
Questo dato sottolinea come anche minime variazioni sul termostato possano influenzare drasticamente i consumi nazionali.

Colmare il divario tra comfort e risparmio con la domotica

I numeri mostrano che piccole differenze di temperatura possono avere conseguenze significative suoi costi delle bollette.
Per colmare il divario tra comfort e risparmio, la digitalizzazione del riscaldamento offre strumenti di monitoraggio e automazione.

L’integrazione di sistemi intelligenti permette di agire su diversi fronti, dal controllo multizona (riscaldamento limitato agli ambienti effettivamente occupati) al geofencing (regolazione automatica della temperatura in base alla presenza degli abitanti), fino al rilevamento anomalie, con la sospensione del riscaldamento in caso di finestre aperte.
Tra le altre tecnologie disponibili sul mercato per ottimizzare i consumi energetici rientrano gli algoritmi predittivi, che adattano il sistema alle abitudini della casa minimizzando gli sprechi.

Le tecnologie smart riducono i costi fino al 22%

Secondo i dati rilevati da tado°, l’adozione di queste tecnologie può ridurre i costi fino al 22%, eliminando quasi totalmente il sovrapprezzo derivante da una gestione manuale o imprecisa degli impianti.

“I numeri dimostrano che piccole differenze di temperatura possono avere conseguenze significative – dichiara Christian Deilmann, cofondatore e amministratore delegato di tado° -. Il nostro obiettivo è quello di aiutare le famiglie a comprendere il costo del riscaldamento e a prendere decisioni consapevolmente”.
In un’Europa divisa tra abitudini termiche differenti, l’Italia, insieme a Francia e Spagna, delinea un modello di consumo moderato che punta alla sostenibilità, senza rinunciare al benessere domestico.

Scuola e lavoro: come vedono il futuro i ragazzi?

Scuola e lavoro: come vedono il futuro i ragazzi?

Sono motivati, hanno l’ambizione di proseguire gli studi (68,7%), ma sono anche preoccupati per il proprio futuro lavorativo (62,8%).
Oggi i ragazzi chiedono competenze, quelle che permettono di conoscere diritti e doveri, come saper leggere i contratti di lavoro (56,1%), e quelle che garantiscono strumenti di orientamento per la vita quotidiana, tra istituzioni, uffici, banche, imprese (40,9%).
Soprattutto, i giovani chiedono una scuola capace di prepararli a un mondo del lavoro complesso e in rapido cambiamento.

Emerge dai risultati della prima indagine dell’Osservatorio Iride, nato dalla collaborazione tra Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro, dal titolo “Senso della scuola, senso del lavoro”.

Hanno delle priorità e le mettono in fila

Il 62,8% di loro è preoccupato per il proprio futuro occupazionale. Tuttavia, pur temendo le difficoltà del mondo del lavoro, la maggioranza desidera proseguire gli studi.
Sono ragazzi che chiedono più competenze pratiche, orientamento, strumenti educativi adeguati, e una scuola capace di prepararli a un contesto complesso e in rapido cambiamento.

Pur affermando che il lavoro non definisce l’identità di una persona (63,3%), i ragazzi hanno voglia di confrontarsi con il mondo del lavoro. E se vedono la prospettiva di un’occupazione poco qualificata, e pensano di essere penalizzati, ne cercano una che consenta autonomia su tempi e orari, e permetta di ‘fare cose’ interessanti e appassionanti.
Insomma, non si accontentano di un lavoro qualunque.

La volontà di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi

Inoltre i giovani hanno delle priorità e le mettono in fila. Il 91,6% di loro vorrebbe avere un lavoro che gli piace, l’89,6% vorrebbe avere successo nel lavoro, l’88,8% vivere con la persona amata, l’88,7% vivere una vita soddisfacente, il 74,1% riuscire a fare la differenza nel mondo e impegnarsi per cambiare le cose, il 70,8% desidera avere dei figli.

In sostanza, i ragazzi sono coscienti che la realtà sociale sia molto complessa e in continua trasformazione, che il futuro non sia affatto facile e che gli strumenti in loro possesso non siano i più adatti per affrontare un percorso incerto. Ma nonostante questo, hanno la forte volontà di impegnarsi per raggiungere i loro obiettivi.
È uno scenario, questo, che chiama in causa tutti, in particolare, gli adulti, i genitori, gli educatori, i decisori politici.

Consapevoli ma non rassegnati

“L’Osservatorio Iride nasce per valorizzare lo sguardo delle ragazze e dei ragazzi sui percorsi educativi e sul loro futuro – dichiara Gabriele Toccafondi, Direttore dell’Osservatorio Iride -. Accanto ai tradizionali sistemi di valutazione della scuola e della formazione, Iride esplora uno spazio ancora poco indagato: il punto di vista diretto degli studenti. Quello presentato oggi è il primo studio realizzato e dalle risposte emerge chiaramente che questi ragazzi sono tutt’altro che ‘bamboccioni’ o generazione senza idee o valori. Anzi, sono giovani consapevoli, non rassegnati, e desiderosi di costruire il proprio futuro. Anche incerti (34,2%) e ansiosi (30,9%), ma contemporaneamente fiduciosi (29,8%) e ottimisti (30,2%)”.

Terme e turismo: le località termali italiane fruttano oltre 5 miliardi di euro

Terme e turismo: le località termali italiane fruttano oltre 5 miliardi di euro

È quanto emerge dal Rapporto Unioncamere-ISNART (Istituto Nazionale per le Ricerche Turistiche e Culturali) presentato in occasione del convegno “Il turismo termale italiano come driver di crescita del mercato”: nel 2025 le presenze turistiche stimate nelle località del termali italiane sono 24 milioni. Il fatturato diretto è pari a oltre 5 miliardi di euro, di cui 3 miliardi spesi da visitatori internazionali.

In particolare, i turisti in vacanza nelle destinazioni delle terme italiane hanno speso quasi 2 miliardi di euro solo per alloggio e ristorazione, oltre a 1,9 miliardi per acquisto di servizi termali, wellness e attività ricreative, come cultura, eventi, divertimenti e intrattenimenti per i vari target turistici, e 1 miliardo per lo shopping, dall’abbigliamento, calzature e accessori all’enogastronomia e artigianato locale, fino ad altri prodotti del Made in Italy.

Le destinazioni più competitive sono quelle che offrono percorsi esperienziali coerenti

Merita evidenziare come 1 turista su 2 sia da considerarsi alto-spedente, con una spesa media pro capite di 256 euro al giorno, circa 90 euro in più del turista termale medio.

Dalla ricerca emerge poi come le destinazioni più competitive non sono quelle che offrono singoli servizi, ma quelle che riescono a costruire percorsi esperienziali coerenti, capaci di dare continuità e riconoscibilità alla vacanza all’insegna del benessere. Legando, quindi, l’esperienza delle terme con la fruizione del patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico del territorio.

Chi sceglie le terme? Millennial in coppia o con amici

In prevalenza i turisti termali sono Millennials (30,8%) che si muovono in coppia (49,4%) o con amici (17,5%) e che scelgono località che offrono percorsi di benessere integrati, dalle acque termali ai trattamenti rigorosamente di qualità e personalizzati sulla base di esigenze e aspettative.

I fattori che incidono di più sulla scelta di dove e come trascorrere la vacanza alle terme sono in primo luogo la qualità delle acque e la disponibilità di trattamenti curativi e servizi wellness, ma 1 turista su 2 decide anche sulla base del rapporto qualità/prezzo e 2 su 5 sono attratti dalla notorietà e dal branding della destinazione. Inoltre, 6 visitatori su 10 sono habitué della località e della struttura frequentata.
Per reperire informazioni, scegliere e prenotare, il primo canale è Internet (78%). Il 50,8% dei turisti è infatti influenzato dal web e dalle offerte promozionali (51%), mentre i social network sono decisivi per il 42,5% dei turisti termali, anche per lasciare recensioni.

Branding e riposizionamento della filiera sull’alta gamma

“Da qualche anno la filiera del turismo termale italiano ha avviato un processo di rivitalizzazione, con investimenti in infrastrutture e servizi accessori – commenta  Lorena Credaro, presidente ISNART -, ma anche nel branding e nella maggiore visibilità sul web, che hanno contribuito a riposizionare la filiera su un segmento di offerta di alta gamma. Per sostenere questo cambiamento è necessaria una politica di sistema, una crescita qualitativa non solo delle singole strutture ma dell’intera filiera. E, perché no, una politica di defiscalizzazione delle spese termali, sul modello di quanto fatto da alcuni Paesi europei”.

Data Center: in Italia il mercato prosegue la fase di espansione

Data Center: in Italia il mercato prosegue la fase di espansione

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano nel triennio 2023–2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di apparecchiature IT dei nuovi Data Center. Si tratta però solo del 68% dei 10,5 miliardi stimati nello scorso 2023 per lo stesso periodo.

Nel triennio successivo (2026–2028) sono 83 i nuovi progetti infrastrutturali annunciati da 30 aziende, di cui 19 nuovi entranti, per un valore potenziale complessivo di 25,4 miliardi di euro.
Tuttavia, il 72% degli investimenti è attribuibile a nuovi operatori internazionali, non ancora attivi in Italia, con tempistiche che potrebbero allungarsi per l’assenza di un iter approvativo standardizzato.

Predominano gli operatori a stelle e strisce

Con 414 MW IT attivi, pari al 6% della potenza totale europea e grazie agli investimenti annunciati nel prossimo triennio, Milano potrebbe consolidare il suo ruolo allo stesso ordine di grandezza dei mercati FLAPD.

Dal punto di vista degli investimenti previsti, l’area FLAPD mantiene la leadership con circa il 55% del totale. E dal punto di vista della potenza installata, l’Osservatorio rileva complessivamente 7,4 GW IT attivi nei principali poli europei.
Si tratta di un mercato fortemente concentrato, in cui circa la metà della potenza energetica IT nominale attiva è in mano ad appena il 5% degli operatori attivi, con una predominanza di realtà a stelle e strisce.

“Lo sviluppo dell’ecosistema deve passare da decisioni fondate su dati concreti”

“L’Italia è al centro di un’opportunità strategica – dichiara Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio – ma lo sviluppo dell’ecosistema Data Center dovrà passare da decisioni fondate su dati concreti. I numeri sugli investimenti ci dicono che il Paese attira potenzialmente sempre più attenzione e capitali, ma la mancata standardizzazione dell’iter autorizzativo e l’incertezza del contesto tecnologico stanno rallentando la messa a terra dei progetti, con il rischio concreto di perdere opportunità chiave. Serve proseguire in un percorso fatto di regole certe, coerenza tra istituzioni centrali e locali e consolidare un piano nazionale capace di guidare le scelte strategiche del settore. Solo così l’Italia potrà trasformare l’attuale fermento in un ecosistema stabile, competitivo e sostenibile nel lungo periodo”.

Milano punto di riferimento per il Sud Europa

Il baricentro italiano resta Milano, che concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT, e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. Milano raccoglie anche il 23% degli investimenti annunciati a livello europeo, confermandosi come un punto di riferimento per il Sud Europa, riducendo il gap con i mercati più maturi.

“La ricerca evidenzia un forte disallineamento tra investimenti annunciati e capacità effettivamente realizzata – afferma Luca Dozio, Direttore dell’Osservatorio -. Questo scarto non va letto come un segnale di rallentamento del mercato, ma come un campanello d’allarme sulla necessità di rafforzare il coordinamento tra aziende e istituzioni a livello nazionale in modo da distinguere i progetti concreti da annunci potenziali”.

Over 50 al lavoro: sono loro che reggono le PMI 

Over 50 al lavoro: sono loro che reggono le PMI 

In Italia il lavoro ha sempre più i capelli grigi. I numeri parlano chiaro: mentre il mercato fatica a rinnovarsi, a crescere sono soprattutto gli occupati più maturi. Un fenomeno che tiene in piedi il sistema produttivo, ma che nasconde una fragilità profonda.

A fotografare questa realtà è una nuova indagine dell’I-AER, Institute of Applied Economic Research, condotta su oltre 500 imprenditori di piccole e medie imprese.

Manca il ricambio generazionale 

Negli ultimi anni l’aumento dell’occupazione ha riguardato quasi esclusivamente gli over 50. Nel solo 2024 gli occupati sono cresciuti di 352 mila unità, ma più dell’80% di questo incremento riguarda lavoratori maturi. Nelle PMI la situazione è simile: in un’impresa su quattro gli over 50 sono in aumento, mentre in oltre la metà restano stabili.

Solo una minoranza può contare su una forza lavoro prevalentemente giovane. Il risultato è un ricambio generazionale che procede a passo lento, quando non è del tutto fermo.

Dove lavorano i senior

I lavoratori più anziani sono particolarmente presenti nella Pubblica amministrazione, nell’istruzione e nei servizi pubblici. In termini assoluti, però, è il terziario a concentrare il maggior numero di over 50, soprattutto in commercio, turismo e servizi alla persona.

Anche manifattura e costruzioni mostrano segni evidenti di invecchiamento, con competenze tecniche preziose difficili da sostituire.

L’Italia che invecchia, regione per regione

Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione senior è cresciuta in modo significativo soprattutto nel Centro e nel Sud. Umbria, Sicilia, Veneto, Toscana e Campania registrano aumenti a doppia cifra.

Un segnale che si intreccia con un altro dato preoccupante: quasi 156 mila italiani hanno lasciato il Paese, e una larga parte sono giovani laureati. Meno giovani, più senior: l’equilibrio diventa sempre più delicato.

Perché le imprese scelgono gli over 50

Gli imprenditori non nascondono le difficoltà. Il 74% delle PMI fatica a trovare profili adeguati. I lavoratori senior vengono scelti per esperienza, autonomia e affidabilità, ma anche per ridurre il turnover. I giovani, quando arrivano, vengono apprezzati per flessibilità e costi più contenuti.

Una figura junior costa in media meno della metà di un senior, ma spesso manca il tempo, o il contesto, per formarli davvero.

Il rischio di restare senza eredi

Secondo Fabio Papa, economista e fondatore di I-AER, il problema non è l’età che avanza, ma ciò che manca dietro. Le PMI si reggono sull’esperienza degli over 50, spesso senza un vero piano di successione. Il rischio è  che tra qualche anno molte imprese potrebbero trovarsi senza persone pronte a raccogliere il testimone. La sfida, oggi, è tutta qui: tenere insieme continuità e futuro. Perché senza giovani non c’è domani, ma senza esperienza il presente non regge.

Vacanze invernali: contro i rischi inattesi conviene assicurarsi

Vacanze invernali: contro i rischi inattesi conviene assicurarsi

Nell’ultimo anno, oltre 1,7 milioni di italiani hanno perso un bagaglio a causa della compagnia aerea, e più di 2 milioni quelli che hanno ricevuto in ritardo le valigie. 
Quando si viaggia sono diversi i rischi che possono insorgere, e durante queste festività natalizie un italiano su quattro si concederà una vacanza.

Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, assicurarsi contro lo smarrimento dei bagagli costa 15 euro per una settimana in Europa, 38 euro per due settimane negli USA.
Nel caso di smarrimento definitivo o furto dei bagagli, la polizza dell’assicurazione rimborserà, nei limiti dei massimali, il valore dei beni perduti. Alcune compagnie, però, non coprono oggetti come smartphone, tablet, pc e fotocamere.

I danni mentre si fa sport…

Molti italiani approfitteranno delle vacanze invernali per concedersi qualche discesa sulle piste. In caso di cadute, una polizza salute e infortuni per la pratica di sport a livello non professionale rimborsa le spese mediche. I prezzi partono da circa 20 euro al mese per ogni assicurato.

E se mentre si scia si fa cadere un altro sciatore? Da gennaio 2022, in Italia, è obbligatorio per chi fa sport sulle piste avere una polizza RC che copre i danni involontari causati a persone o cose. Solitamente è inclusa nell’acquisto dello skipass, ma se si vuole sottoscrivere un’assicurazione che comprenda l’Rc famiglia i costi partono da circa 4,50 euro al mese.

Valanghe, slavine, ghiaccio e grandine

Ghiaccio e neve possono danneggiare le auto: l’assicurazione per gli eventi naturali e atmosferici è una garanzia accessoria rispetto all’Rc auto obbligatoria e può essere aggiunta a discrezione dell’assicurato.

Le polizze proteggono da valanghe, slavine, ghiaccio, grandine e caduta di neve, escludendo i danni derivanti da sovraccarico dovuto ad accumulo di neve o caduta di neve dal tetto di edifici e abitazioni.
Per aggiungere all’Rc auto l’assicurazione che copre gli eventi naturali bisogna mettere a budget almeno 26 euro.

Se a gelare sono le tubature

Una polizza casa multirischio tutela i proprietari da una vasta serie di sinistri. Generalmente viene coperta la fuoriuscita di acqua per rottura di condutture causata dal gelo, ma solo se le tubature danneggiate non siano in locali sprovvisti di impianto di riscaldamento o con riscaldamento spento da 48 ore. Sono esclusi anche i danni provocati da umidità, stillicidio, gelo o rigurgito di fognature. I costi per coprire questi rischi partono da 9 euro al mese.

Se invece la neve rompe il tetto, l’assicurazione casa di solito copre il danno da sovraccarico di neve con conseguente crollo totale o parziale del tetto o delle pareti, anche per tettoie o fabbricati aperti su più lati.
Per tutelarsi da questo imprevisto compreso all’interno della garanzia danni al fabbricato i costi partono da 6 euro al mese.

Lavoro, primi segnali positivi: cresce l’occupazione e cala la disoccupazione

Lavoro, primi segnali positivi: cresce l’occupazione e cala la disoccupazione

Il bilancio del 2024 porta qualche buona notizia sul fronte del lavoro. Non grandi scossoni, ma di qualche piccola, buona notizia che permette di tirare un po’ il fiato. L’occupazione tra i 15 e i 64 anni arriva al 62,2%, mentre la disoccupazione scende al 6,6%.
L’inattività, invece, resta più o meno dov’era. Già nel 2023 si intravedeva un sentiero più stabile, con più persone al lavoro e meno in cerca. Una sorta di ritorno alla normalità, anche se il quadro resta complesso e pieno di sfumature.

Redditi bassi e Mezzogiorno: le migliori performance

La sorpresa arriva da dove forse ci si aspettava meno. Tra il 2022 e il 2023, le famiglie con i redditi più bassi sono quelle che hanno visto i miglioramenti più netti: aumenti dell’occupazione anche di 2 o 3 punti percentuali. Parallelamente, la disoccupazione scende proprio nelle fasce che, negli anni passati, avevano faticato di più a trovare un posto stabile.

Un’altra piccola svolta riguarda il Mezzogiorno: spesso associato solo a difficoltà e ritardi, questa volta mostra una dinamica più simile al Nord-est, con crescite interessanti soprattutto nelle fasce meno abbienti. Non si tratta di rivoluzioni, ma di segnali che illuminano angoli di solito trascurati.

Giovani, donne e istruzione: tre criticità ancora da risolvere

I giovani tra i 25 e i 34 anni tornano a occupare di più, raggiungendo il 68,1%. È un dato che sorprende in positivo, anche perché la spinta più forte arriva proprio dai ragazzi provenienti da famiglie con redditi più bassi. Bene anche gli over 55, che continuano a rafforzare la loro presenza nel mondo del lavoro.

Il divario tra uomini e donne, però, continua a essere una ferita aperta, soprattutto nelle fasce di reddito più basse. In alcune aree la distanza tocca ancora i 30 punti percentuali. A questo si aggiunge la questione dell’istruzione: chi ha un titolo universitario continua ad avere un vantaggio evidente, e la differenza tra chi può studiare di più e chi meno resta marcata.

Che tipo di lavoro si trova? 

Sul fronte dei contratti arrivano buone notizie: quelli stabili aumentano, mentre i lavori a termine fanno un passo indietro. Ma quando si parla di qualità dell’occupazione, la strada è ancora lunga.

Oltre un quarto degli occupati è impiegato in professioni a basso reddito, e tra chi entra ora nel mercato del lavoro questa percentuale supera il 40%. Un segnale che invita all’ottimismo, sì, ma anche a tenere i piedi per terra.

Condivisione, empatia, pazienza: le parole che aiutano a crescere

Condivisione, empatia, pazienza: le parole che aiutano a crescere

In un’epoca segnata da una comunicazione sempre più caotica e semplificata, quali sono le dieci parole che aiutano i più piccoli a conoscere sé stessi, esprimersi e costruire un pensiero critico? Condivisione, consapevolezza, coraggio, curiosità, empatia, gentilezza, identità, immaginazione, intelligenza, pazienza. I dieci termini sono stati selezionati come tasselli di un vocabolario educativo ed evolutivo per il progetto “10 parole per crescere”, realizzato da Scarabeo, il gioco di parole per antonomasia, in collaborazione con Edulia, Treccani e l’Istituto della Enciclopedia Italiana, 

Sono parole che nel tempo le persone hanno usato modificandone il senso o il valore originario per adattarle ai mutati contesti sociali e culturali.

Quando la dimensione “social” distorce il significato originario

Ad esempio, se il termine condivisione indica partecipazione reale, scambio autentico di esperienze, emozioni, sapere, oggi spesso rimanda alla dimensione ‘social’, dunque, a un gesto più orientato a mostrare anziché a condividere e interagire con l’altro.

Consapevolezza, invece, unisce conoscenza e coscienza trasformando l’apprendimento in crescita interiore e senso critico. E coraggio, dal latino ‘avere cuore’, significa esporsi, cambiare direzione.
Non si tratta di non provare paura, ma convivere con queste sensazioni. È forza interiore, una spinta ad agire.
La curiosità, poi, è il ‘desiderio di sapere’, la molla che spinge a esplorare e superare i propri limiti. L’antidoto più potente contro la noia e l’indifferenza.

La rivoluzione della gentilezza

Empatia, dal greco ‘sentire dentro’, è la base del dialogo e della cura. Significa ascoltare prima di giudicare e, in un mondo connesso ma distante, resta un’abilità radicalmente umana.
E ancora, gentilezza, dal latino ‘appartenere a un gruppo’, è riconoscere l’altro come parte della stessa ‘gente’. Non è debolezza, ma forza relazionale, considerazione e apprezzamento della dignità altrui.

Quanto a identità, oggi è parola mobile, frammentata. Le identità sono plurali, in divenire, e capirlo è esercizio di rispetto e apertura, mentre insegnare la parola immaginazione non è educare a fuggire dalla realtà, ma crearne una possibile. È trasmettere speranza.

Intelligenza emotiva vs artificiale

E se la parola intelligenza oggi richiama anche quella artificiale, quando si unisce alla dimensione emotiva non è più solo conoscenza, ma uno strumento per agire con responsabilità.
Ma nel tempo del ‘tutto e subito’, è la pazienza ad assumere un valore pedagogico fondamentale: è capacità di attesa e perseveranza.

Oggi web e smartphone hanno radicalmente trasformato il modo di informarsi e comunicare, con ricadute importanti sulla capacità dei bambini di padroneggiare la complessità.
Per non parlare dell’uso di abbreviazioni, emoji, hashtag ecc, che rischiano di allontanare le persone dalla ricchezza espressiva della lingua italiana, facendo perdere di vista il significato e il valore che ogni parola porta con sé. 

Smart working e intelligenza artificiale, come cambia il lavoro?

Smart working e intelligenza artificiale, come cambia il lavoro?

Negli ultimi anni in Italia si parla sempre più spesso di smart working, e non è un caso. La popolazione attiva cala, l’età media sale e le aziende devono fare i conti con un mondo del lavoro che cambia in fretta.
In questo scenario, il lavoro da remoto non è più una necessità nata durante la pandemia, ma è una modalità per restare competitivi e rendere le giornate lavorative un po’ più vivibili.

La tecnologia fa paura, ma può essere un’alleata

L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha complicato un po’ le cose. Molti lavoratori temono che i software “pensino” al posto loro, e non è semplice mantenere alta la motivazione quando si ha l’impressione di essere sostituibili. È qui che entra in gioco il ruolo dei manager: dovrebbero guidare questa trasformazione con equilibrio, facendo capire che l’AI può alleggerire il carico, non rubare il posto.

Secondo la ricerca “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, curata per l’Osservatorio del Politecnico di Milano, le aziende italiane stanno già attraversando questa fase di passaggio. Lo smart working, specialmente nelle grandi imprese, è un’abitudine ormai consolidata. La sfida, oggi, è farlo crescere, evitare che diventi una routine pigra e stimolare invece curiosità e innovazione.

Ci sono ancora margini enormi

I numeri aiutano a comprendere meglio la situazione attuale. Nelle realtà più strutturate, quasi tutti utilizzano i giorni di remoto concessi. Nella Pubblica Amministrazione il quadro è più variegato, mentre nelle PMI si procede a macchia di leopardo, tra chi rispetta le regole e chi gode di maggiore elasticità.

Interessante il dato sul potenziale inespresso: circa tre milioni di persone potrebbero lavorare da remoto almeno metà del tempo senza perdere efficacia. Significa che lo smart working potrebbe ancora crescere, ampliando la platea di chi ne beneficia.

Il modello collaborativo funziona meglio

Una parte della ricerca mette in evidenza qualcosa che sembra quasi intuitivo: dove il lavoro da remoto si organizza insieme, nei team, le cose funzionano meglio.
I lavoratori sono più coinvolti, le prestazioni migliorano e aumenta anche la sensazione di far parte davvero dell’azienda. Al contrario, un’organizzazione troppo rigida o completamente individuale si rivela meno efficace.

Disconnessione e AI: le due parole chiave del futuro

Resta però il nodo della disconnessione: molti smart worker lavorano troppo, spesso senza accorgersene. Per questo diverse aziende hanno introdotto fasce orarie “protette”, in cui non si deve essere reperibili.

Nel frattempo l’AI sta cambiando il modo di lavorare: aiuta a sbrigare le attività ripetitive, libera tempo e permette di concentrarsi su compiti più creativi, più autonomi e decisamente più gratificanti. Un segnale, forse, che la direzione è quella giusta: meno burocrazia, più valore.

Contratti e stipendi: l’Italia aspetta rinnovi e aumenti

Contratti e stipendi: l’Italia aspetta rinnovi e aumenti

Alla fine di settembre 2025, la fotografia del lavoro in Italia mostra un Paese che avanza con prudenza. Sono 46 i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica: coprono circa 7,5 milioni di lavoratori, cioè poco meno del 57% dei dipendenti. In pratica, più di uno su due ha un contratto aggiornato.

Nel corso del terzo trimestre dell’anno, i rinnovi effettivi sono stati solo cinque: due nell’industria, uno nei servizi privati e due nella pubblica amministrazione. Ma all’appello ne mancano ancora 29, che coinvolgono oltre 5 milioni e mezzo di persone. Quasi la metà dei lavoratori italiani, insomma, resta in attesa. I dati emergono dall’analisi dell’Istat Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025.

Attese più lunghe e trattative complicate

Il tempo medio per arrivare a un nuovo contratto continua ad allungarsi. In un solo anno, da settembre 2024 a settembre 2025, si è passati da 18 a quasi 28 mesi di attesa per chi ha il contratto scaduto. Anche considerando l’intera platea dei dipendenti, l’attesa media è salita a un anno pieno.

Un dato che racconta la fatica del confronto tra imprese, sindacati e pubblica amministrazione, in un momento in cui inflazione e costi energetici hanno lasciato strascichi pesanti.

Stipendi in crescita, ma senza slancio

Tra gennaio e settembre 2025, la retribuzione oraria media è salita del 3,3% rispetto all’anno prima. A settembre, l’indice delle retribuzioni è stabile rispetto al mese precedente, ma ha segnato un +2,6% su base annua.

I miglioramenti più evidenti si vedono nella Pubblica Amministrazione (+3,3%), mentre le migliorie sono più lente per industria (+2,3%) e servizi privati (+2,4%). I maggiori rincari si registrano per ministeri (+7,2%), forze armate (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%), mentre telecomunicazioni e farmacie private restano ferme.

Salari reali più bassi del 2021

Nonostante i piccoli segnali positivi, il quadro resta fragile. Nel terzo trimestre la crescita salariale ha rallentato, restando comunque superiore all’inflazione. Ma, in termini reali, le retribuzioni restano più basse dell’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021.

È il segno di un Paese che lavora molto, discute tanto, ma attende ancora che gli sforzi dei suoi lavoratori trovino pieno riconoscimento nelle buste paga.